Un krankes Volk

Qualche giorno fa ho finito di leggere Kaputt, di Curzio Malaparte.

Il romanzo, scritto tutto in prima persona, è qualcosa di ibrido, a metà tra il reportage di guerra e la pura invenzione. E’ di fatto un lungo dialogo tra l’autore e una moltitudine di persone scosse, logore, disfatte da anni di guerra.

Il libro viene pubblicato nel 1944. Avevo iniziato a leggerlo perché cercavo un testo sulla guerra, e da quanto sapevo il libro era una lunga testimonianza, un viaggio compiuto da Malaparte in Serbia, Bosnia, Croazia, Germania, Polonia, Romania, Svezia, Finlandia, Ucraina, Russia, tra il 1941 e il 1943.

Lo cercavo perché penso che leggere articoli, guardare i telegiornali e i dibattiti in tv, ascoltare la radio sono cose utili a conoscere, ma la letteratura ti permette anche, o più facilmente, di riflettere. E poi, in fondo, tra una comunicazione possibilmente manipolata e qualcosa di fittizio come un romanzo, il secondo è più sincero, in quanto a manipolazione.

Ci ho messo tanto a finire Kaputt. In alcuni momenti ho dovuto prendere delle pause. Malaparte non ti risparmia niente. Ti porta per mano sottoterra, e illumina con una candela, non di più, l’orrore. Te lo racconta, con crudezza ma con moderazione; lo sa che il lettore poi completa il puzzle, unisce i punti, annerisce le parti indicate e riconosce la sagoma da indovinare.

Ho trascritto un piccolo brano, innocuo. L’ho fatto per un amico che ha sposato una donna di L’viv, Leopoli.

Kurt Erich Suckert (Curzio Malaparte) – Prato, 9 giugno 1898 – Roma, 19 luglio 1957

(…) Axel Munthe alzò il viso, un’ombra improvvisa era scesa sulla sua fronte. Mi disse che non poteva dormire, che la guerra gli aveva ammazzato il sonno: trascorreva le notti in veglia angosciosa, ascoltando il grido del vento fra gli alberi, la voce lontana del mare.

Spero – mi disse, – che non siate venuto a parlami della guerra.

– Non vi parlerò della guerra – risposi.

– Grazie, – disse Munthe. E a un tratto mi domandò se era vero che i tedeschi fossero così terribilmente crudeli.

– La loro crudeltà è fatta di paura – risposi, – son malati di paura. Sono un popolo malato, un krankes Volk.

– Sì, un krankes Volk, – disse Munthe battendo la punta del bastone sul pavimento: e dopo un lungo silenzio mi domandò se fosse vero che i tedeschi erano così assetati di sangue e di distruzione.

– Hanno paura – risposi, – hanno paura di tutto e di tutti, ammazzano e distruggono per paura. Non già che temano la morte: nessun tedesco, uomo, donna, vecchio, bambino, teme la morte. E nemmeno hanno paura di soffrire. In un certo senso si può dire che amano il dolore. Ma hanno paura di tutto ciò che è vivo, di tutto ciò che è vivo al di fuori di loro, e anche di tutto ciò che è diverso da loro. Il male di cui soffrono è misterioso. Hanno paura sopra tutto degli esseri deboli, degli inermi, dei malati, delle donne, dei bambini. Hanno paura dei vecchi. La loro paura ha sempre suscitato in me una profonda pietà. Se l’Europa avesse pietà di loro, forse i tedeschi guarirebbero del loro orribile male.

– Dunque sono feroci, dunque è vero che massacrano la gente senza alcuna pietà? – m’interruppe Munthe picchiando con impazienza il bastone sul pavimento.

– Sì, è vero, – risposi – ammazzano gli inermi, impiccano gli ebrei agli alberi nelle piazze dei villaggi, li bruciano vivi dentro le loro case, come topi, fucilano i contadini e gli operai nei cortili del kolkhoz e delle officine. Li ho visti ridere, mangiare, dormire, all’ombra dei cadaveri dondolanti dai rami degli alberi.

– E’ un krankes Volk, – disse Munthe togliendosi gli occhiali neri per pulirne con cura i cristalli col fazzoletto. Aveva abbassato le palpebre. Non potevo vedere i suoi occhi. Poi mi domandò se fosse vero che i tedeschi ammazzavano gli uccelli.

– No, non è vero, – risposi. – Non hanno il tempo di occuparsi degli uccelli, hanno appena il tempo di occuparsi degli uomini. Massacrano gli ebrei, gli operai, i contadini, incendiano le città e i villaggi con furia selvaggia, ma non ammazzano gli uccelli. Ah, quanti bellissimi uccelli ha la Russia! Più belli, forse, di quelli di Capri.

– Più belli di quelli di Capri? – domandò Axel Munthe con voce irritata.

– Più belli, più felici, – risposi. – Vi sono innumerevoli famiglie di bellissimi uccelli, in Ucraina. Volano a migliaia cinguettando fra le foglie delle acacie, si posano lievi sugli argentei rami delle betulle, sulle spighe di grano, sulle ciglia d’oro dei girasoli, per beccarne i semi nei loro grandi occhi neri.

Cantano senza posa in fondo alla voce del cannone, nel crepitio delle mitragliatrici, dentro l’alto rombo degli aerei sull’immensa pianura ucraina. Si posano sulle spalle dei soldati, sulle sedie, sulle criniere dei cavalli, sugli affusti dei pezzi, sulle canne dei fucili, sulle torrette dei Panzer, sulle scarpe dei morti.

Non hanno paura dei morti. Sono uccelli piccoli, vispi, allegri, alcuni son grigi, altri verdi, altri rossi, altri ancora son gialli. Alcuni hanno rosso o turchino soltanto il petto, altri soltanto il collo, altri soltanto la coda. alcuni son bianchi con la gola azzurra, e ne ho visti alcuni piccolissimi e orgogliosi, tutti bianchi, immacolati.

La mattina all’alba cominciano a cantare dolcemente fra il grano, e i tedeschi levano la testa dal triste sonno ad ascoltare il loro canto felice. Volano a migliaia sui campi di battaglia del Dniester, del Dnieper, del Don, cinguettando liberi e lieti, e non hanno paura della guerra, non hanno paura di Hitler, delle SS, della Gestapo, non si fermano sui rami a contemplare la strage, ma si librano nell’azzurro cantando, seguono dall’alto gli eserciti in marcia nella sterminata pianura. ah, son proprio belli, gli uccelli dell’Ucraina.

Axel Munthe alzò il viso, si tolse gli occhiali neri, mi guardò con quei suoi occhi vivi e maliziosi, e sorrideva: – Meno male che i tedeschi non ammazzano gli uccelli – disse, – sono proprio felice che non ammazzino gli uccelli.

Axel Munthe (1857-1949)

Con Febo
Cimitero acattolico, 2022 – foto Marco Tosi

Under the Volcano

In the late spring of 1939, with the war already clearly on the way, Tove Jansson travelled alone to Italy to study the country and its rich art – and to distance herself from the threat of the war. The trip’s influence can be seen in the first Moomin chapter book and its illustrations: Comet in Moominland (1946) carries elements of the dramatic landscapes of Vesuvius the volcano and the looming eruption of the war.

She wrote home after seeing the volcano close up:

All over were smouldering cracks yellow-green with sulphur, with rumbling underfoot as it got hotter and hotter. A little newborn crater, four days old, was sending out red streams of lava right to our feet and behind all this the sun was sinking amid the brown fumes.”

Tove Jansson wrote the comet story after the Winter War between the Soviet Union and Finland. With a focus on the theme of strength and ability to live and manage during looming catastrophes it was quite an exceptional children’s book.

Vesuvius erupted in March 1944, right after the Allied armies had taken Naples.


Take a look at the Moomin gallery on tovejansson.com for more interesting illustrations.

.

(fonte e testo: https://www.facebook.com/tovejanssonofficial )

Denazificazione, un inganno linguistico

Nel dibattito pubblico sulla guerra in corso il termine denazificazione è ormai di uso comune. L’abbiamo letto nei proclami russi e nelle traduzioni dei discorsi di Putin, di Lavrov e di altri.

Vedo che il termine in Italia suscita emozione, e si accompagna, in molte persone di sinistra, a un riflesso pavloviano. Come il cane di Pavlov aumentava la salivazione alla sola esposizione di una luce rossa, evocatrice di una polpetta di carne, così il termine denazificazione fa aumentare il battito cardiaco di tanta gente di sinistra, portandoli inconsciamente a pensare che chi lo usa potrebbe avere ragione, che chi lo usa è a conoscenza di qualcosa che noi non sappiamo. In queste settimane di comprensibile sconcerto, la conclusione, per costoro, è a portata di mano: tutti gli Ucraini sono nazisti.

Anche io mi ritengo di sinistra. Ho avuto la fortuna, però, di avere avuto due genitori che furono fascisti in gioventù, e che successivamente compresero quanto la loro scelta ideologica fosse frutto di un condizionamento capillare subito dalla nascita. Mio padre, nato nel 1924, cioé due anni dopo la marcia su Roma, e per giunta lo stesso giorno, e mia madre, nata nel 1927.

Scuola materna, scuole Elementari, Medie, Liceo, un’intera vita scolastica sotto la propaganda fascista. Benito Mussolini sulla copertina del sussidiario. Usciti dal mondo della scuola, erano due prodotti perfetti: Giovane Italiana in divisa lei, volontario in guerra con la Repubblica di Salò lui. Vivevano a Milano. Non avendo nelle rispettive famiglie qualcuno che gli proponesse una prospettiva differente, erano il frutto vivente di un processo manipolatorio molto ben congegnato.

Anna e Giorgio

A mia madre e a sua sorella avevano insegnato a guidare i tram quando i tramvieri milanesi proclamavano uno sciopero. Mio padre partì in guerra a vent’anni, e sopravvisse, anche se i fantasmi di quello che vide lo tormentarono tutta la vita, e di quel poco che mi raccontò preferisco non scriverne. Mia madre, il 25 aprile del 1945, era a Milano. Mi raccontò che la città era stracolma di gente festante, e tutti portavano qualcosa di rosso al collo, o nei capelli. Riconobbe tante persone che conosceva. La sua indignazione, alla vista di un popolo in festa, che fino a qualche giorno prima aveva visto applaudire alle adunate fasciste, la portò a mettere in atto una protesta individuale, che sicuramente nessuno capì, per sua fortuna. Comprò un gran mazzo di ravanelli rossi, e girò per le strade di Milano con aria beffarda. Mia madre era fatta così.

Ma cosa mi hanno trasmesso? Mi hanno insegnato a non accontentarmi, a pensare con la mia testa, a conservare uno spirito critico. Forse non ci riesco sempre, ma ci provo.

Molti anni dopo mio padre prese la tessera del PCI, appena andato in pensione, dopo trentacinque anni in ATAC, e poi si impegnò con il Movimento Federativo Democratico di Agnese e Giovanni Moro. Erano scomparsi ormai i suoi parenti più grandi, e forse si sentiva più libero. Ad esempio sua zia Violante Tosi, amica intima di Giorgio Almirante. Me la ricordo, quando da piccolo mi sgridava, quando mi prendeva in giro perché piangevo, magari perché mi ero sbucciato un ginocchio. Trasudava fascismo da ogni poro.

Penso che mia madre, invece, non riuscì mai a scrollarsi del tutto un’ombra di scettiscismo, disorientamento, disillusione. Ma questo non le impedì di impegnarsi nel sociale, per esempio di diventare Presidente del Consiglio di Istituto del mio liceo, con una lista di sinistra che si chiamava Genitori democratici, e tanto tanto altro.

Non sono rimasti i fascisti dei vent’anni, sono cambiati dentro.

Ma veniamo all’oggi. Quando osservo, per quello che posso, la Russia di Putin, il processo manipolatorio è lo stesso, è lì, sotto i miei occhi. Lo riconosco, e vedo generazioni di russi che, come lo furono i miei genitori, ne sono vittime.

Video realizzato per istruire i bambini russi sulla cosidetta “Operazione speciale” in Ucraina

Un altro Paese che osservo è la Finlandia, che frequento, meno di quanto vorrei, da ventidue anni, grazie alla mia compagna. Un Paese che condivide milletrecento chilometri di confine con la Russia. La paura, il sospetto, a volte l’odio verso i Russi, lo percepisci con facilità. Nei discorsi che vengono fatti cadere, in quell’ombra scura che cala sugli occhi dei finlandesi quando parlano dei loro vicini a est.

La memoria del conflitto con i russi è parte integrante della vita di tante famiglie finlandesi. Quando guardano le immagini delle donne ucraine che scappano, con i figli più piccoli in braccio e i più grandi accanto, rivedono un passato ancora troppo vicino. La nonna di mio figlio, insieme a centinaia di migliaia di connazionali, dovette fuggire a piedi, con la mamma e il fratellino più piccolo, da Viipuri, una delle città più grandi del Paese, occupata dai Russi, ribattezzata Выборг (Vyborg), e ripopolata con masse di russi spostate lì da territori ben più a est. E’ un argomento del quale ancora oggi non parla.

Il dopoguerra Finlandese è un periodo affascinante. Ho cercato di approfondire il tema, di cui si riparla tanto oggi nel Paese, della cosidetta Finlandizzazione, termine che viene suggerito spesso agli ucraini, come possibile via d’uscita, o come triste destino. Ne ho parlato con la giornalista Liisa Liimatainen e ho aggiunto una piccola goccia al discorso pubblico, con questo articolo che ho pubblicato in febbraio, dieci giorni prima dell’invasione dell’Ucraina.

Oltre a Liisa Liimatainen, di finlandizzazione ha scritto anche la scrittrice Sofi Oksanen, Finlandese di origine Estone, in una intervista rilasciata prima dell’inizio del conflitto al giornale Ilta Sanomat (Notizie della sera). Più recentemente Sofi Oksanen è nuovamente intervenuta, tracciando un parallelo tra la Russia di Putin e quella di Stalin, in un’intervista all’Helsingin Sanomat, il principale quotidiano finlandese. Nicola Rainò l’ha tradotta e ne potete trovare il testo completo su La Rondine, il magazine online degli Italiani in Finlandia, da lui fondato. Consiglio di leggerla interamente, ma ne vorrei sottolineare questa parte, quando Sofi Oksanen scrive:

Sofi Oksanen

“Nei media russi la vicenda dell’Ucraina acquista, agli occhi del pubblico, un senso ben preciso. Per i telegiornali le truppe stanno liberando il paese dal giogo nazista e salvando gli abitanti del Donbass dal genocidio perpetrato dagli ucraini. (…) certe favole a me non risultano affatto ignote, perché la generazione di mia madre e dei miei nonni, vissuta in Unione Sovietica, si è trovata costantemente a farci i conti. Per la mia famiglia conviverci è stato un enorme problema: i miei parenti sono ed erano estoni. Quando, dopo l’occupazione sovietica, sono state trasferite nel paese masse di gente provenienti da diverse zone della Russia, i nuovi arrivati usavano apostrofare come fascista chiunque fosse del posto – la parola era semplicemente sinonimo di “estone”. Nel mondo sovietico gli estoni venivano stigmatizzati come banditi e nazionalisti, esattamente come gli ucraini oggi secondo i media russi. Se le autorità, la scuola, i canali di informazione e la giustizia ripetono le stesse bugie di generazione in generazione, esse diventano una verità collettivamente accettata.”

E ancora:

“Mi sono trovata davanti questa stessa strategia nel 2007 allorquando l’Estonia è diventata l’obiettivo di un’operazione di così detta guerra ibrida”.

(Sofi Oksanen si riferisce alla crisi del 2007, originata dalla decisione del governo Estone di spostare nel cimitero militare il Bronzovyj Soldat, un monumento funebre eretto al centro della capitale Tallin dai Sovietici, il 22 settembre 1947, per celebrare l’occupazione dell’Estonia (22 settembre 1944). La decisione provocò alcuni scontri, la Bronze night, e un formidabile cyber attacco da parte della Russia).

“(…) Per coloro che, come me, hanno trattato la vicenda storica dell’occupazione dell’Estonia, trovare nella rete i propri nomi accompagnati dall’epiteto di nazista o fascista era la norma e, nelle frequenti manifestazioni pubbliche, i seguaci di Putin tenevano in mano cartelli con le fotografie delle nostre facce corredate con svastiche e simboli delle SS. (…) nelle immagini utilizzate, hanno fatto continuo ricorso a elementi caratterizzanti dell’olocausto, filo spinato e baracche. Il risultato di tale campagna è stata la diffusione globale di una serie di falsità su presunte forme di apartheid in Estonia. In tutti i loro forum di discussione veniva ripetuto il messaggio secondo cui, in Estonia, venivano costruiti campi di concentramento per i russofoni.

In Occidente le sistematiche distorsioni della Russia possono far ridere qualcuno ma i miei parenti non hanno goduto di questo privilegio: in Unione Sovietica contestare le bugie di stato era un crimine, esattamente come oggi nella Russia di Putin. (…) L’unica forma di patriottismo consentita era l’amore verso l’Unione Sovietica. Nella propaganda di Putin il senso nazionale degli ucraini verso lo stato, la lingua e l’indipendenza del paese costituisce una malattia dalla quale si può guarire solo grazie al messia Putin, diventando così un sano membro della grande famiglia slava.”

E infine:

“Per la Russia di Putin definire gli ucraini nazionalisti è un argomento della massima importanza perché, per le orecchie dei russi, la parola ha lo stesso suono negativo del neonazismo presso i paesi nordici. Con il lessico della calunnia si spoglia il popolo-oggetto della propria umanità: eliminarlo diventa pertanto più facile, le case rase al suolo o l’occupazione di un paese non sono più una questione morale bensì il risultato di un obiettivo che merita di essere perseguito. Il seme della persecuzione germoglia nella subalternità e disumanizzazione di un determinato gruppo sociale.”

Sembra di leggere Primo Levi.

In conclusione, se possiamo provare a tracciarne una, penso che noi italiani dobbiamo assimilare un concetto chiaro: la Russia di Putin non rappresenta tutti i Russi ed è un regime totalitario, una dittatura. Questa dittatura utilizza il termine nazisti per definire chiunque si opponga al suo dominio, senza più alcun riferimento storico a quel termine. Questo dominio si esplica, internamente, attraverso una pervasiva manipolazione culturale dei cittadini Russi, fin dai primi anni di vita, e all’esterno con una strategia di russificazione, attuata anche con massicci trasferimenti forzati di popolazioni russofone nei territori occupati, anche da migliaia di chilometri di distanza. 

Non dobbiamo perciò cadere nel tranello linguistico di Putin. Questo sta a noi e alla nostra intelligenza. 

L’intervista completa qui: “Putin non è pazzo”

Sicurezza

Nostro figlio era nato da un giorno. Era lì, a occhi chiusi, che ciucciava il latte materno, completamente autonomo. Quasi senza soluzione di continuità mangiava, dormiva e defecava. Noi tre, soli, in quella stanza d’ospedale. Non sapevamo come gestirlo, subivamo solo il dispiegarsi di stupore e amore, ma il senso di protezione che si sviluppava di ora in ora non ci diceva come pulirlo, tenerlo, su quale lato metterlo. Lo osservavo, impotente, non avevo neanche il coraggio di prenderlo in braccio, per paura di fargli male.

Poi la porta si aprì e entrò una donna, vestaglia e capelli sciolti, castani, aveva con sé un cestino. Strascicando i piedi raggiunse uno dei due letti nella stanza, quello libero, accennò un saluto senza guardarci, poggiò il contenitore su un tavolo e si sdraiò sul letto. Chiuse gli occhi e si addormentò, in un attimo. Ci guardammo, e guardammo dentro il cestino, c’era un bambino appena nato, sembrava sfinito anche lui. Un’infermiera aprì la porta, squadrò la donna e il tavolo, vi poggiò una cartella e uscì. Il nostro cominciò a piangere, l’altro restò in silenzio. Per un’ora non accadde nulla. Poi dal cestino uscì un piccolo gemito, appena accennato. La donna aprì gli occhi, senza espressione. Si alzò a sedere sul bordo del letto, e mentre si massaggiava il viso e rassettava i capelli il gemito proveniente dal cestino crebbe e crebbe, fino a diventare un piccolo urlo. La donna si alzò in piedi, con lentezza, prese quel fagottino, lo poggiò sul letto, lo liberò dai panni che lo avvolgevano, gettandoli sul pavimento, e nudo com’era lo avvicinò al lavandino. Sorreggendolo con la mano sinistra, la piccola testa nell’incavo del palmo aperto, il corpo disteso sull’avambraccio, con la destra aprì l’acqua, ne regolò il flusso, controllò la temperatura, e infine lo mise sotto il getto tiepido, e suo figlio smise di piangere. Lo asciugò con attenzione, lo riavvolse nei panni puliti e lo rimise nel cestino.

Prima di sdraiarsi di nuovo si voltò, la osservavamo immobili. Allora accennò un sorriso denso di stanchezza, ci guardò con dolcezza e sussurrò: “è il secondo”.

La risposta

Zaparozhye Cossacks Writing a Mocking Letter to the Turkish Sultan *oil on canvas *358 × 203 cm *signed b.c.: И.Репин 1880-91

Nell’estate del 2019 ho avuto la fortuna di compiere, con la mia compagna e mio figlio, un bellissimo viaggio, il cui valore, in questi giorni, mi sembra ancora più grande.

Prendemmo un treno notturno da Helsinki a Mosca, il Tolstoi, e dopo pochi minuti ci sentivamo già in Russia. Il personale di bordo non parlava inglese e tutta l’atmosfera, l’arredamento delle cabine, il chay caldo che l’addetta alla nostra carrozza ci portò, la sua divisa, le modalità del controllo doganale al confine tra Finlandia e Russia, il coltellino che l’addetta mi vendette la mattina seguente, ci proiettavano già in un altro mondo, un mondo differente, anche se non capivo perché.

Anche nei giorni seguenti, tra Mosca e San Pietroburgo, si confermò la stessa sensazione: mi sembrava davvero un altro mondo, a tratti molto simile al mio, ma comunque altro, e appena cedevo all’illusione della sostanziale continuità tra i due, qualcosa, un dettaglio, un particolare, mi riportava alla realtà.

Nell’amarezza della guerra in corso, i ricordi di quei giorni, da momenti belli, vivi, legati a luoghi che negli ultimi due anni e mezzo ho sentito anche un po’ miei, si stanno cristallizzando, allontanandosi nel tempo e nello spazio, e questo mi mette molta tristezza. Sento la bellezza, l’arte, la musica, il cibo russi che si allontanano, e vorrei non fosse vero.

Ilya Repin, autoritratto, 1887

Uno dei momenti più intensi fu la visita alla Galleria Tretyakov, che in quel periodo ospitava la collezione quasi integrale delle opere di Ilya Repin . Ci immergemmo nel museo, fluttuando tra le settanta e più opere esposte, alcune di piccole dimensioni, altre immense. L’uso dei cellulari e delle macchine fotografiche era vietato, e questo contribuì al godimento estetico più totale.

Ascoltando la cronaca di questi giorni di guerra e osservando la reazione rabbiosa degli Ucraini all’ultimatum di Putin, mi torna in mente uno dei dipinti in particolare, uno dei più famosi, “Запорожцы” (I cosacchi scrivono una lettera beffarda al Sultano Turco), 1890-91.

Repin raffigura la leggenda secondo la quale i cosacchi risposero in modo beffardo all’ultimatum del Sultano Mehmed IV, che intimava loro di sottomettersi al suo impero, nonostante le truppe turche avessero da poco perso in battaglia contro gli stessi cosacchi, durante la guerra turco-russa del 1676.

Questa la lettera del Sultano ai cosacchi:

In quanto sultano; figlio di Maometto; fratello del Sole e della Luna; nipote e viceré per grazia di Dio; governatore del regno di Macedonia, Babilonia, Gerusalemme, Alto e Basso Egitto; imperatore degli imperatori; sovrano dei sovrani; cavaliere straordinario e imbattuto; fedele guardiano della tomba di Gesù Cristo; fido prescelto da Dio stesso; speranza e conforto dei Musulmani; grande difensore dei cristiani — Io comando a voi, cosacchi dello Zaporož’e, di sottomettervi a me volontariamente e senza resistenza alcuna, e cessare di tediarmi con i vostri attacchi.

Il territorio dei cosacchi era l’Ucraina meridionale, le pianure attraversate dal fiume Dnepr.

Questa la risposta dei cosacchi al Sultano:

I cosacchi dello Zaporož’e al sultano turco

Tu, diavolo turco, maledetto compare e fratello del demonio, servitore di Lucifero stesso. Quale straordinario cavaliere sei, tu che non riesci ad uccidere un riccio col tuo culo nudo? Il diavolo caca e il tuo esercito ingrassa. Non avrai, figlio d’una cagna, dei cristiani sotto di te, non temiamo il tuo esercito e per terra e per mare continueremo a darti battaglia, sia maledetta tua madre.

Tu cuoco di Babilonia, carrettiere di Macedonia, birraio di Gerusalemme, fottitore di capre di Alessandria, porcaro di Alto e Basso Egitto, maiale d’Armenia, ladro infame della Podolia, “amato” tartaro, boia di Kam”janec’-Podil’s’kyj, idiota del mondo e dell’altro mondo, nipote del Serpente e piaga nel nostro cazzo. Muso di porco, deretano di giumenta, cane di un macellaio, fronte non battezzata, scopati tua madre!

Ecco come gli Zaporozi ti hanno risposto, essere infimo: non comanderai neanche i maiali di un cristiano. Così concludiamo, visto che non conosciamo la data e non possediamo calendario, il mese è in cielo, l’anno sta scritto sui libri e il giorno è lo stesso da noi come da voi. Puoi baciarci il culo!

Notre Dame de la Neige, Solaris, Castelnuovo Berardenga, e la nebbia.

Castelnuovo Berardenga, foto Matilde Civitillo

E’ stato stamattina, poco prima delle dieci. Completamente solo, le colline argillose di Castelnuovo Berardenga accanto a me. Sono infastidito, perché ogni volta che percorro la strada che scorre tra Val di Chiana e Siena aspetto questo momento. Quella terra, quella tonalità di giallo ocra, non la ritrovo da nessun’altra parte. Ma c’è la nebbia, e tanta, le colline non riesco a vederle, e mi sembra ingiusto, un patto tacito che viene tradito.

Accendo la radio, su Radiotre c’è Primo Movimento, parlano di Tchaikovsky. E lo scenario cambia, la nebbia si dissolve, e si diffonde in auto il timbro dell’organo a forma di mano sinistra della chiesa di Notre Dame de la Neige, all’Alpe d’Huez. Ora è Bach, suonato da Livia Mazzanti. Un’emozione difficile da descrivere. Meglio ascoltare (dal minuto 13).

E mentre lo ascolto, nei miei occhi scorre tutta la scena della levitazione in Solaris. E dentro di me lo sussurro al conduttore: – guarda che è importante, dovresti farlo questo collegamento. Per me è importante. Poi il pezzo finisce, e Guido Zaccagnini lo dice: – mi fanno notare, non lo rammentavo, che il brano è stato utilizzato in Solaris, di Andrej Tarkovskij.

Sorrido, sono quasi arrivato.

La Finlandizzazione della Finlandia. E dell’Ucraina?

La crisi in atto tra Ucraina e Russia è, nelle ultime settimane, uno degli argomenti più sentiti in  Finlandia, un Paese che condivide più di milletrecento chilometri di confine con la Russia, e che ha una storia secolare di conflitti, ma anche di intense relazioni economiche e culturali con Mosca. La recente serie di documentari…

La Finlandizzazione della Finlandia. E dell’Ucraina?

“A Roma, un giardino” di Fabrizio Miliucci

Blogorilla Sapiens

Al centro c’è una specie di serra pulsante di vita animale. Una grossa locusta adagiata su uno sperone di roccia si gira e mi guarda. Sento dire da una guida (il luogo attrae il turismo alternativo) che dentro la serra si perpetua un rito sacro e ancestrale raramente monumentalizzato, riconosciuto lì nella sua profonda bellezza. Ciò che accade è la putrefazione. Nella serra la morte disfa qualcosa che poco prima era vivo. Diversi animali scorrazzano intorno sovreccitati. Vedo un serpente bianco con la testa spropositatamente grande e quasi umana strisciare a un paio di metri dai miei piedi. “Non sarà pericoloso?” domando a una signora seduta su una panchina, lei si gira e mi fa “Credo di sì”. Una donna è immersa in una vasca laterale, completamente coperta di melma verdastra, con un grosso batrace di fianco. Decido di andarmene via ma non posso.

Fabrizio Miliucci

Battute: 857

View original post

Baruch Spinoza e Alfred Rosenberg, un incontro possibile, un gran libro

The Spinoza problem, Irvin D. Yalom, 2012

Ho appena finito di leggere un libro molto interessante. Probabilmente non l’avrei conosciuto se l’insegnante di filosofia di mio figlio non gli avesse chiesto di leggerlo. Lui l’ha letto, me lo ha consegnato e ha detto “devi leggerlo, a te piacerebbe”. Gli ho risposto che sì, lo avrei fatto, ma a lui era piaciuto? La sua risposta è stata “molto, poi ne parliamo”. Aveva ragione. Il libro è ben scritto e ha il dono di saperti introdurre con semplicità a due grandi personalità, Baruch Spinoza (1632-1677) e Alfred Rosenberg (1893-1946). L’autore fa dialogare Spinoza e Rosenberg con due personaggi fittizi ma verosimili, per tutta la durata del libro. Spinoza parlerà con l’ebreo Franco Benitez, mentre Rosenberg si aprirà con lo psichiatra Friedrich Pfister. In questo modo il lettore conoscerà, gradualmente, la psicologia e le idee di entrambi, ebreo il primo, antisemita il secondo, lontani nel tempo e irriducibili sul piano ideologico, ma uniti da un’interrogativo di fondo, la questione Spinoza.

Sullo sfondo si aggirano Goethe, Chamberlain, potenti rabbini, grandi gerarchi nazisti, e si sprigiona il fascino demoniaco di Hitler. Baruch Spinoza morirà all’Aia, il 20 febbraio del 1677, probabilmente di tubercolosi, a quarantacinque anni. Alfred Rosenberg sarà impiccato il 16 ottobre 1946, a Norimberga.

Premonizione

Mercoledì mattina, ore 6.58. Esco di casa, attraverso Piazza Talenti e mi avvicino alla Conad, di fronte alla quale come sempre stazionano i taxi in attesa di clienti. Una quindicina di auto, tutte bianche. Loro tutte davanti, i tassisti tutti dietro, sotto la pensilina a chiacchierare. Uno di loro mi scorge e lancia un richiamo, senza smettere di guardarmi. – Ahò, un cliente! Chi è er primo? La piccola folla di uomini assonnati smette di conversare e rumoreggia, mi avvicino. – Tocca a Silvano! Ndò stà? – Sono ormai fermo accanto al primo taxi, fermo. Silvano, bassino, panciottino, capelli grigi, sta ancora chiacchierando. – Ah sì, eccomi, prego! – Mi avvio verso la sua macchina, mi precede corricchiando, mi apre la portiera. Con la coda dell’orecchio sento un paio di commenti che ci accompagnano, di cui mi colpisce la differenza di tono – eh, s’era appennicato… Un attimo di defaillance.. Silvano ingrana la prima e accende l’autoradio, musica classica, un cd, stento a crederlo. Raggiungiamo la stazione senza parlare, accompagnati da fiati e archi, un vero piacere.

La mattina seguente, ore 6.30. Mentre mi faccio la barba penso che anche stamattina dovrò prendere un taxi, non mi capita spesso. Un pensiero si affaccia, pigramente raggiunge un primo livello di coscienza: “pensa se mi capita lo stesso”. Ore 7.15, mi avvicino al parcheggio taxi, le auto ora sono solo una decina. Anche stavolta mi scorgono da lontano – Ahò, ce sta ‘na corsa, a chi tocca? Sono una corsa, penso con una punta di fastidio, ma in fondo è vero, mi faccio. Un uomo si avvicina e mi indica l’automobile. E’ Silvano. Mi accomodo dietro e non resisto – beh, anche ieri mattina era lei, insomma ero qui e ho preso il suo taxi, sa? Silvano mi osserva nello specchietto retrovisore. – beh, può darsi, non ricordo – sorride. Poi accende l’autoradio. Eh, anche ieri ha messo la musica classica – gli faccio. Allora mi guarda di nuovo, accenna un sorriso un pò stupito – eh, allora ero proprio io.