Undici settembre

Quella che segue è una piccola antologia di ricordi di quel momento, in gran parte raccolti a circa sette-otto anni da quel giorno. Chiesi ad amici e conoscenti di raccontarmi, senza darsi troppo tempo per farlo, cosa provarono, dov’erano e con chi sentirono il bisogno di mettersi in contatto. E’ presente anche un mio ricordo.

Mi chiedo: scriveremmo le stesse cose oggi, a vent’anni di distanza? Forse sì, forse no, forse semplicemente useremmo parole differenti per descrivere quegli istanti, filtrati da tante informazioni che successivamente ci hanno raggiunto e dalla conoscenza di quanto poi è avvenuto. Qualcuno ha comunque raccolto la sfida, trovate i loro ricordi proprio in fondo al testo (settembre 2021).

Introduzione

“Un ricordo” – scriveva Nietzsche–  “è una ferita nel cervello”.  

Forse è un’affermazione forte, ma rende l’idea, almeno per alcuni dei nostri ricordi, quelli “indelebili”, un aggettivo che torna spesso nelle testimonianze ricevute.

Una “incisione” quindi, qualcosa che rimane.

Per fortuna conserviamo memoria delle cose belle che abbiamo vissuto, e per fortuna (o per una forma di difesa) non abbiamo la capacità di conservare memoria proprio di tutto, con annesse le emozioni che i ricordi stessi ci fanno risalire in superficie. Perché in fondo, e questo credo intendesse Nietzsche,  i ricordi… sono solo emozioni. L’intensità di queste determinano la profondità dell’incisione stessa.

Forse a volte ci illudiamo di ricordare solo dei fatti, e a corollario, la specifica circostanza in cui questi fatti hanno avuto luogo: il luogo stesso, naturalmente, gli attori presenti, elementi scenografici come luce, temperatura (era buio, faceva caldo), i nostri pensieri, i dialoghi, le immagini che ancora ci scorrono di fronte agli occhi. E le voci di coloro con i quali abbiamo parlato; la loro voce è forse la cosa che ricostruiamo meglio, la risentiamo come in un nastro.

Ma se proviamo a scriverne, tutto questo va a comporre un bel vestito con il quale vestiamo/descriviamo una emozione. E’ questa, secondo me, la grande forza e il grande limite della scrittura. Un pittore, un musicista, un bambino, descriverebbero quell’emozione in un modo diverso, non meno efficace.

E poi alcuni ricordi sono strettamente personali. Si possono condividere con pochi intimi, talvolta con nessuno. Ognuno di noi fissa, nel corso della vita, alcuni momenti indelebili. Il calendario personale si intreccia con la costellazione delle persone per noi importanti, per cui ciascuno di noi ha alcuni eventi/date della propria vita per le quali sa dire, in un attimo, dov’era, cosa faceva, con chi era, se pioveva o c’era il sole, se il mare era mosso o calmo, se la neve era soffice, se la chiesa era piena, se gli occhi brillavano di gioia o erano bagnati, se la bocca era chiusa o aperta in un gran sorriso, in breve…un’emozione.

Alcuni eventi al contrario sono sociali, appartengono a tutti, almeno all’interno di una comunità circoscritta (città, Italia, Europa, Occidente?). E naturalmente sono anche legati ad una generazione. Chi appartiene alla generazione che ha vissuto la guerra, probabilmente ricorda perfettamente dov’era e cosa faceva l’8 settembre del ’43, il giorno – come fu chiamato – della  “morte della patria” (o della sua rinascita?), quando la radio annunciava l’armistizio con gli Americani, l’Italia si spaccava in due e i Savoia fuggivano con l’argenteria.

Chi ha vissuto nei cosiddetti “anni di piombo” ricorda perfettamente dov’era e con chi, la mattina del 16 Marzo del ’78, quando le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro, alle 9.05 del mattino. Fu come se rapissero Berlusconi oggi, non potresti dimenticarlo. 

Io ero in classe (2° Scientifico) e ricordo che un bidello spalancò la porta urlando: “hanno rapito Moro!”. Nessuno si mosse, la Prof. rimase inebetita. Poi il rumore crescente nei corridoi e in strada, l’arrivo di due auto della polizia sotto il Liceo ci fece capire che, per quanto assurdo ci sembrasse, era tutto vero. Il Liceo si svuotò in poche decine di minuti e nessuno provò a farci rientrare nelle aule. Un elicottero cominciò a sorvolare il quartiere. Iniziavano 55 giorni molto pesanti per Roma, fino all’esecuzione del 9 maggio.

Così come non posso scordare quel maledetto 2 Agosto dell’80, quando, fermo su un binario della Stazione Termini, aspettavo inutilmente il treno per Lecce. Uno strillone del “Paese Sera” passò urlando “bomba alla stazione di Bologna!” Comprai una copia del giornale, erano solo due pagine; titolava “43 morti a Bologna”. Mi venne da piangere. I morti poi furono più di ottanta e ancora non conosciamo quale partita è stata giocata quel giorno e tra chi.

Oppure, più recentemente: non ricordo dov’ero quando uccisero Giovanni Falcone. Ma ricordo con precisione dov’ero e le mie emozioni, quando uccisero Paolo Borsellino, mentre citofonava alla madre.   Gli esempi non mancano.

L’11 settembre 2001 è forse, in questo senso, l’evento spartiacque tra il XX° ed il XXI° Secolo[1], un evento così forte e così mediatico da rompere le barriere generazionali, politiche, sociali, nazionali, religiose. Mi sembra traspaiano da tutti i racconti degli elementi comuni, al di là di lingue, provenienze, chiavi di lettura: stupore, incredulità, paura del futuro, consapevolezza che il quadro è mutato e non tornerà mai più com’era.

E’ inoltre l’irruzione sulla grande scena di un attore nuovo, misterioso e tremendamente determinato. La cosa che credo colpisca è che gli omicidi sono anche suicidi.

Per mia fortuna non ho mai subito un attacco militare, un bombardamento;  credo che nella sostanza, se l’effetto è lo stesso, una modalità o un’altra.. non cambi il risultato. Ma è pur vero che nell’immaginario collettivo un attacco “tradizionale”, all’interno di un paradigma militare, terrorizza; un attacco suicida ci getta però nel panico, un panico di lunga durata, ad intensità variabile, un panico che in fondo non ci abbandona mai completamente.

E infine, la grande protagonista dei nostri racconti/emozioni è Lei: la televisione.

In quelle ore e nei giorni successivi è soprattutto la CNN che mostra, racconta, ci spiega cosa dobbiamo capire, temere. Alcuni dettagli sono illuminati, altri oscurati. In pochi giorni tutto è apparentemente squadernato: vediamo i filmati degli attentatori ripresi dalle telecamere di sicurezza degli aeroporti e dei bancomat, ci sono offerte decine di storie personali di scampati e vittime, le immagini ci propongono immediatamente e ossessivamente la visione degli impatti e dei crolli, di chi sventola fazzoletti e di chi si tuffa nel vuoto.

Quando la polvere si dirada, emerge la figura-totem alla quale tutti ci aggrappiamo, il vigile del fuoco. Sul valore e l’eroismo – indiscusso – di questi lavoratori viene spesso costruita, dalle televisioni presenti, una retorica della reazione al disastro.

Al potere immenso dell’informazione di massa ci abitueremo sempre di più negli anni successivi, quando altri delitti ci verranno offerti da una prospettiva altissima, come momenti di un video-game.

Marco Tosi

Le testimonianze

“Ero a Londra, mia sorella era con me e doveva partire il giorno dopo per Roma. Eravamo a casa con degli amici. L’ho saputo perché un mio coinquilino, un Portoghese di 24 anni, urlava che “era scoppiata la guerra”. Siamo corsi a vedere la TV. Mia sorella non è potuta partire perché hanno chiuso Heathrow per tre giorni. Ero molto spaventata per mia sorella minore ma non per me, perché vivevo a Blackhorse Hill, in un quartiere prevalentemente muslim, pakistano. Appena ho potuto ho chiamato mia madre per tranquillizzarla. Poi hanno chiamato gli amici dall’Italia, mio fratello e i miei zii. In strada alle 4.00 di notte di qualche giorno dopo è successo un episodio che ci ha spaventato; un Pakistano girava per l’area di Walthamstow, dove abitavo, tirando vasi contro le finestre e urlando: “there’s only one God!” Mi affacciai alla finestra, richiamata dal mio amico Portoghese e feci appena in tempo a ritrarmi, evitando un vaso. Arrivarono poi non meno di una ventina di macchine della polizia chiamate dai vicini, per lo più Pakistani anche loro” Arianna Pascucci (Roma)

“L’11 settembre 2001 ero in viaggio per Stoccolma e stavo facendo scalo a Londra. Nei monitor dell’aeroporto venivano mostrate le immagini di un edificio in fiamme. Nessuno capiva cosa stesse succedendo. Tutto era immerso in una calma innaturale. Sono salito su uno degli ultimi voli in partenza da Heathrow quella sera. L’aeroporto venne poi chiuso per alcuni giorni. Solo l’indomani mi resi conto della gravità della cosa quando il mio insegnante di inglese, di origine americana, ci fece osservare qualche minuto di silenzio per riflettere sull’accaduto e sperare che i suoi
amici che lavoravano in una delle torri fossero incolumi.” Roberto Cosenza (Londra)

“L’11 settembre di sette anni fa ero alla Stazione Termini di Roma.
La notizia dell’attentato alle torri gemelle l’ho ricevuta per telefono dal mio ragazzo, da una cabina telefonica del centro commerciale della stazione.
“Non puoi capire che è successo, è crollata una torre a New York, anzi ….ora due!”.
Lui era a casa davanti alla televisione e cercava di descrivermi quello che stava succedendo.
Tornata a casa ho acceso anche io la tv e non sono riuscita a fare altro che piangere, soprattutto quando ho visto le immagini di alcune persone che sventolavano un fazzoletto bianco da una delle finestre chiedendo aiuto….e dopo qualche istante più niente. Quelle immagini  mi fanno ancora venire i brividi.  Avevo da poco compiuto 23 anni. “Francesca Romani (Roma)

“L’11 settembre 2001 avevo appena compiuto 41 anni. Quella mattina ero ancora a casa ho visto la notizia in televisione e non sono più andato a lavorare, sono rimasto davanti alla TV per tutto il giorno, non avevo la forza di reagire, completamente svuotato da quell’attacco vigliacco e criminale. Ho iniziato a chiamare gli amici e la mia famiglia americana, ma le linee erano sempre occupate o offline, ho telefonato ai miei colleghi e alla Direzione dell’azienda per cui lavoravo, erano tutti irrintracciabile è stato come vivere la fine del Mondo una sensazione che per un lungo periodo  ha condizionato la mia vita. La considerazioni che in famiglia facemmo erano del tipo; siamo arrivati al limite della sopportazione, oltre non sarà possibile andare. Purtroppo dobbiamo constatare che per il fanatismo, di tutti i tipi, non esiste un limite.” Roberto Marongiu (Terralba)

“Quel giorno mi trovavo all’Università La Sapienza di Roma, in una delle tante sale studio della Facoltà di Giurisprudenza. Avevo quasi ventiquattro anni e stavo iniziando a preparare la mia tesi di laurea. Come in tutte le biblioteche che si rispettino, vigeva il divieto assoluto di parlare e di fare confusione; ma, per “usanza” tutta italiana, il divieto non si estendeva agli squilli (o alle vibrazioni) del cellulare. Ad un certo momento (mi ricordo che era nel primo pomeriggio) ci fu un primo squillo seguito, a distanza di poco, da un concerto di suonerie, vibrazioni e persone che si allontanavano rapidamente dalle loro postazioni. Non fu difficile capire che era successo qualche cosa d’eccezionale! In pochi minuti la sala era vuota! Fuori dalla biblioteca tanta gente. Le informazioni erano confuse e frammentarie. Chiamai mio padre che lavorava all’IBM di Roma. Mi descrisse le immagini che aveva seguito in televisione e mi disse che avevano evacuato l’edificio per paura di attacchi terroristici anche in Italia. Pensai: ma che c’entra New York con Roma? Il prosieguo della giornata fu un rincorrersi di notizie, ipotesi montate e poi smontate, discussioni accese e poi sgomento, tristezza e il netto sentore che, quel giorno, qualche cosa era davvero cambiato.” Michele Sabatini (Roma/Milano)

“L’11 settembre 2001 avevo quattordici anni ed ero a Lugano con i miei genitori. Ricordo che eravamo appena tornati da una gita sul lago.Siamo rimasti barricati in Hotel, attoniti a guardare la tv tutto il pomeriggio e la sera, ci sentivamo da un lato protetti perchè eravamo in Svizzera, dall’altro temevamo potesse succedere qualcosa ai nostri parenti giù in Calabria. Dopo alcune telefonate in Italia ci siamo resi conto della situazione generale di allarme che c’era in Italia ed una situazione di calma assoluta in Svizzera. Ricordo che appena abbiamo acceso il televisore, ogni canale mostrava l’immagine delle Twin Towers che crollavano, che si sbriciolavano.. sembrava impossibile. Ricordo di aver provato a telefonare negli Stati Uniti per verificare che alcuni parenti stessero bene, ma era impossibile connettersi. Le immagini mandate in onda erano assolutamente agghiaccianti.. Un’attacco agli USA sembrava così strano, sicuramente non sarebbe stato lo stesso se fosse successo l’opposto… Ora a freddo le emozioni sono diverse, completamente. Certo il ricordo di qualcosa che non ci si poteva aspettare è vivo in me. Però paragonando quanto è successo al World Trade Center a tutte le guerre che ci sono nel mondo ogni giorno, e a tutte le persone che muoiono di fame ogni giorno.. Ricadiamo in una squallida normalità che non tentiamo neanche di modificare.” Anna Maria La Ratta (Mendicino -CS)

“Mamma mia! Se ci ripenso mi vengono ancora  i brividi…avevo trentanove anni. L’11 settembre ero in cucina che preparavo la mia sfoglia da portare alla festa di benvenuto che avevamo di sera per l’arrivo dei nostri studenti stranieri. La televisione era accesa, ma non mi sono subito resa conto di quello che succedeva, poi quasi contemporaneamente io in cucina e mia figlia nella sua stanza, abbiamo capito che non era un film. Lei è corsa da me, urlando che un aereo aveva colpito una delle due torri gemelle. Poco dopo abbiamo visto in diretta il secondo aereo e poi il crollo della prima torre e poi ancora il crollo della seconda. Era un incubo… Ero convinta che sarebbe scoppiata un guerra… che gli americani avrebbero reagito subito e si sarebbe innescata una reazione a catena catastrofica. Per fortuna non è stato così a livello mondiale, ma per l’Afganistan e l’Irak la guerra c’è stata e non è ancora terminata.” Daniela Brancatello (Palermo)

“Quel tristissimo giorno ero alla scrivania mentre stavo rispondendo alle email dei volontari mi ha chiamato una volontaria di Monza dicendomi concitata di guardare la TV, l’ho subito accesa e non avrei mai immaginato di vedere una simile scena. Ho pensato che fosse l’inizio di una guerra, non riuscivo più a distogliere lo sguardo da quelle allucinanti immagini.
Nella tarda serata sono andata a recuperare una vecchia foto scattata l’anno prima a New YorK dove, con un fotomontaggio apparivo con mio figlio davanti alle torri gemelle.
Per circa un anno avevo lasciato il poster in un angolo l’ho subito recuperato e fatto incorniciare e appeso proprio sopra la scrivania.
Lo guardo spesso e sono ancora incredula, tante cose sono cambiate nel mondo, penso alle persone che sono morte nell’occasione a quelle che hanno vissuto il dramma della perdita di un parente, a tutto quell’orrore, alla violenza che alberga nell’uomo e lo spinge alle azioni più efferate. Un amico di Torino che avevo incontrato a Colle Val d’Elsa mi aveva detto che quel giorno stava lavorando in ufficio in una delle due torri e che al momento del disastro era uscito per andare in posta e si è salvato. Il destino…per noi credo sia già segnato…. chissà.” Concetta Buglisi (Como)

“L’11 settembre del 2001 avevo ventidue anni e la mattina che seppi dell’attacco alle torri gemelle ero a casa di mio zio Enzo, intento a fare colazione prima di andare a lavoro.” Antonio, Città del Messico

“Avevo solo dieci anni, non mi ricordo cosa stessi facendo, ma ho chiare in mente le immagini in bianco e nero del golpe cileno…… ma forse non ti riferivi a questo evento….. forse ti stai riferendo alle torri gemelle americane abbattute, così come ci hanno raccontato, da due enormi aeroplani civili guidati da novelli piloti appena patentati. Sì, sì, sono sicuro, sette anni fa successe proprio questo disastro. Avevo trentotto anni e stavo installando l’impianto stereo nella mia casa ed una telefonata mi avvisò di accendere la TV. Cosa provai? Stupore ed incredulità, pena infinita per tutti coloro che stavano morendo, rabbia ancora più infinita per i  motivi che stavano generando tanta sofferenza, rivalsa nei confronto di chi si sentiva (e continua a sentirsi) il padrone del mondo, paura per le conseguenze della vendetta che i folli vertici statunitensi avrebbero concepito e, nuovamente, pena infinita per le morti e le sofferenze di tutte le popolazioni e di tutti i bambini che sarebbero stati colpiti dai missili intelligenti….. E tutti questi sentimenti ancora non mi hanno abbandonato perché voglio ricordare, ricordare, ricordare!” Massimiliano (Roma)

“A quel tempo lavoravo per una compagnia aerea. Ricordo che ero al banco dei check-in e lentamente quasi come una marea si era sparsa una voce strana, di un cosa grave ma non si sapeva bene cosa. Inizialmente si era detto una bomba, poi un aereo che era precipitato. Dopo qualche minuto la voce di un attacco aveva preso piede. Ero andato nella sala dove ci sono le televisioni, incredulo avevo visto quel filmato di un aereo che si schiantava su uno degli emblemi americani. Mi sembrava un sogno, avevo anche pensato ad uno scherzo stupido. Poi la realtà pian piano aveva preso piede. Siamo tornati al lavoro quasi subito. Dopo due giorni ricordo che avevo fatto il check-in ad un signore medio orientale di cognome Laden.” Marcello Cicalò (Cagliari)

“Quello che successe quell’11 Settembre del 2001…. avevo quarantanove anni e lavoravo in una struttura Alberghiera vicino Cefalù, l’estate non era ancora finita , l’albergo era al completo e  quel giorno ero anche  impegnata nella gestione di uno dei tanti ricevimenti; un matrimonio. Io ero una delle responsabili della struttura e andavo avanti e indietro per vedere se tutto procedeva bene, ad un tratto, verso l’ora di pranzo, passo davanti la sala TV  e vedo un gruppetto di persone che discutevano animatamente , mi arrivò all’orecchio: “sono stati sicuramente i Palestinesi” mi avvicino e osservo alla TV delle immagini che in un primo tempo non riuscivo a mettere a fuoco, non capivo, non capivo se erano immagine vere o finte…mi sono avvicinata ho chiesto a qualcuno cos’era successo, ma nessuno mi rispondeva, proprio in quel momento una delle Torri Gemelle si afflosciò, io guardavo inebetita, non riuscivo a capire cosa stava succedendo…mi fermo un attimo e cerco di ascoltare il cronista e piano piano inizio a capire. Le immagini si susseguono, rifanno vedere più volte  gli aerei che si lanciano verso le torri… terribile! Qualcuno si alza, esce parla con altre persone, la sala si riempie, arrivano anche i due “sposi”, avevano scelto New York per la loro Luna di Miele e proprio quella sera doveva iniziare il loro tanto atteso viaggio…”  Laura Cortiana (Palermo)

“Il mio 11 settembre 2001 mi ha trovato nel mio ufficio a Lecco. All’epoca avevo trentasette anni.
Ho capito che qualcosa di esplosivo fosse successo l’ho intuito vedendo che gli indici di tutte le borse stavano crollando in maniera estremamente innaturale.
Non ho mai visto una crisi di panico globale come in quel momento. Francoforte ha perso immediatamente oltre il 10% e così tutte le altre borse mondiali. Una catastrofe si era realizzata. L’unica sensazione provata é stata la paura perché poco alla volta ci si rendeva conto che qualcosa di immane era successo. Si aveva la sensazione che il mondo non fosse più come lo si era conosciuto.La sensazione era di essere in un limbo. Di galleggiare al disopra di un mondo che, poco alla volta ma tutto insieme, si stava sgretolando. Questo é stato il mio 11 settembre 2001.” Mario Pellegrino (Lecco)

“L’ 11 settembre 2001 avevo quarantuno anni ed ero in giro con il camper e con la mia famiglia (la moglie, una bimba di sei ed un bimbo di un anno) per le strade e le spiagge del nord della Sardegna (x fortuna piuttosto desertiche in quel periodo) … la vacanza (settembrina) era breve (una settimana) e quindi avevo volutamente interrotto i collegamenti abituali con radio, tv, giornali, … ero quindi particolarmente rilassato e spensierato … quella notte avevamo campeggiato vicino ad una torre sul mare confinante con un piccolo borgo di case tra le quali vi era anche un modesto bazaar … e nella primissima mattinata entrai proprio nel bazaar per comprare il latte e qualche altro genere alimentare … ero l’unico avventore e nel negozio c’era solo la titolare, una vecchina indaffarata e distratta in alcune faccende … c’era però una radio accesa, … ma inizialmente non prestai caso a cosa trasmettesse, anche perché la qualità della diffusione non era delle migliori … sentivo delle voci che si susseguivano in una conduzione decisa e realistica , … ma che non comunicava un particolare allarme od una credibile preoccupazione … per tempo e timbro vocale sembrava un po’ lo sciorinare di uno sceneggiato radiofonico … una sorta di recitazione … e mentre guardavo le merci esposte … captai meglio qualche parola che mi incuriosì … ed a quel punto cominciai a tergiversare tra gli scaffali per ascoltare meglio … e percepii spezzoni di frasi … “… anche la seconda torre è crollata …” … “… si ipotizza un attacco terroristico … ” … ” … un altro aereo si è abbattuto sul Pentagono …” … ” … il presidente americano è in un bunker di sicurezza …” … ovviamente ed istintivamente … SORRISI … e la mia mente associò quanto stavo ascoltando all’esperimento radiofonico che fece Orson Welles il 1 novembre 1938 quando diffuse da un emittente USA un provocatorio programma in cui si raccontava realisticamente l’improvviso attacco marziano su New York, con feroci combattimenti con i soldati americani …… Un quarto d’ora dopo, rientrato nel camper e raccontata la curiosa esperienza … fui “risvegliato” da una telefonata dall’ufficio di Roma. Carlo D’Aloisio (Roma)

“Ero in facoltà ero alle prese con la mia tesi da lì a qualche mese mi sarei laureata in veterinaria. Che dire di quel giorno…..io non ho saputo subito che cosa era successo ma sentivo che l’atmosfera era diversa ho fatto una telefonato a Chiara (Salmon) e lì lei mi ha accennato qualcosa ma ancora tutto era surreale così sono corsa a casa dove c’era solo mio papà e ho acceso la tv e lì sì le sensazioni provate di paura e angoscia si sono trasformate in realtà era una giornata di sole ma io sentivo su di me le sensazioni di tristezza che normalmente mi danno le giornate nuvolose….. e quel immagine trasmessa più e più volte da tutte le televisioni rimbalza ancora nella mia mente come se fosse ieri e niente la potrà cancellare.” Marina Zucchini (Bologna)

“Quel giorno 11 di setiembre ero in Italia in vacanze con i miei. Propio in quel momento ero in  viaggio verso l’isola Elba con i miei 2 figli, mio marito, mia sorella e mia cognata. Eravamo in 6 , sulla macchina al porto di Piombino, e mentre aspettando il  traghetto ho acceso la Radio  e sentito forte e chiaro  “stanno crollando le twin towers…” Tutti gli altri dormivano, meno  mio marito che guidaba la macchina, e dopo sentire piu chiaro quello che succedeva, ho  cominciato a gridare per svegliarli. Abbiamo sceso della macchina e ci abbiamo avvicinato ad una cafeteria dove cera una TV, dove si trasmetteva in vivo quello che succedeva a New York. La prima cosa che ho fatto  e stato telefonare mia madre in Cile.  In quel momento avevo trentaquattro anni.” Claudia Costoya – Santiago del Cile

“Giovedì, forse? O mercoledì. Potrebbe essere stato un qualunque giorno della settimana, ma di sicuro non era domenica. E lo posso affermare con tanta sicurezza perché io, l’11 settembre del 2001, ero appena tornato a casa da scuola come tantissime altre volte. Avevo quasi quindici anni, ma compiuti ancora quattordici. Avevo mangiato qualcosa al volo, un pranzo veloce, come al solito, insieme a mia madre e mia sorella. La televisione accesa, io sdraiato sul divano. Cosa davano in quel momento sui canali privati del palinsesto italiano? Non me lo ricordo con esattezza, ho solo ben chiaro in mente il ricordo della congestione generale. L’interruzione istantanea di ogni conversazione frivola, di ogni format ludico, di qualunque volto sorridente. Era una colonna di fumo densissimo quella che si alzava nei cieli di New York, da cui a malapena facevano capolino le Twin Towers, o meglio – quello che di esse rimaneva. Il replay amatoriale dell’impatto filmato da un turista, quello stesso frammento di storia che ci rimane tutt’ora. Un primo crollo, poi il secondo. E nel giro di pochissimi minuti si schiantano i due aerei che mettono fine a migliaia di vite umane. E fanno inginocchiare una New York sconvolta, dilaniata, sconfitta. Mi ricordo anche in maniera molto chiara cosa feci e chi pensai di chiamare. Non appena realizzai che non si trattava del trailer dell’ultimo colossal Hollywoodiano che simulava la catastrofe americana, ma che era tutto reale, pensai alla mia migliore amica. Texana di nascita, filo-americana nel complesso, le telefonai immediatamente. Le chiesi se per caso avesse sentito la notizia. No. Accese anche lei la televisione un attimo dopo e rimanemmo in linea senza dire una parola, ascoltando il fragore dell’impatto e il silenzio di una tragedia.” Loris Usai (Tokyo)

“My memory: I opened television and saw immediately a plane crashing to the tower. I had no idea what was going on, and I thought it was a movie going on in television. TV showed a lot of the happening without any text or speaking, so for many minutes I had no idea. Then there was a news reporter telling about the accident, and only then I realized that I have to have different eye while watching this – it was not a movie! Otherwise – I think the news were too awful and hard to handle, so probably I “closed my mind” partly, and now I cannot remember much more about it. I was looking the news in TV all the time, and that I do not do usually. Only later (few weeks later) I started to filter this more.” Maarit. age 37, Ilmajoki, Finland

“Era l’11 settembre del 2001 (era un martedì), all’epoca avevo trentasette anni. Erano le ore 15,10 ed avevo appena ripreso a lavorare presso l’ufficio tecnico della mia azienda (perchè nei giorni pari siamo di rientro) quando mio padre mi chiamò da casa per dirmi che un aereo si era schiantato contro una delle torri gemelle. Tutti ci precipitammo su internet a vedere la notizia; il direttore di divisione ci fece entrare nel suo ufficio, dove aveva un televisore, per seguire l’evoluzione dei fatti. Molti erano in dubbio se si trattasse di un incidente o di un attentato (io sapevo qualcosa di navigazione aerea e sapevo bene che non poteva trattarsi di un incidente). Quando il secondo aereo arrivò sull’altro grattacielo (perchè ce lo vedemmo in diretta) i fatti confermarono i miei sospetti.  Tre cose ricordo nitidamente dei particolari di quel giorno : la prima notizia dell’attentato al pentagono parlava di un camion e non di un aereo. In secondo luogo, essendo tecnico antincendio, non mi stupii del fatto che le strutture dei grattaceli potessero cedere a causa degli incendi, ma mi stupii del fatto che il crollo dei due edifici fosse stato perpendicolare come se la struttura fosse stata demolita. In quei momenti taci e non dai fondo alle tue perplessità che (di fronte alla tragedia) possono sembrare paranoie. Negli anni successivi mi accorsi che non ero stato l’unico a notare quelle anomalie che quel giorno mi passarono per la testa e che volli reprimere come stranezze inutili dettate più dal fatto che la realtà potrebbe riservarti uno spettacolo diverso rispetto a quello che ti aspetti o che sei abituato a vedere nei film. Come ogni secondo martedì del mese, nel tardo pomeriggio di quel giorno alle ore 18,00 avremmo avuto riunione della commissione elettrotecnica all’ordine degli Ingegneri della provincia di Roma (che all’epoca era in Via Quattro Fontane), ma una volta arrivati presso gli uffici, il presidente della Commissione decise di rinviare l’appuntamento a causa dei fatti che oramai occupavano tutte le testate giornalistiche e dei TG. Il resto è storia! Francesco Saverio Paoletti  (Roma)

“Quel giorno è rimasto anche a me scolpito nella memoria. Allora avevo 37 anni. La notizia “delle Torri” fu comunicata al mio presidente da un amico della RAI. Eravamo in ufficio, a Genova, accendemmo la televisione. Così assistemmo al secondo, tragico schianto. Non potevo credere ai miei occhi. Mi sembrava di assistere – ma era vero! – a un film di fantascienza. Gli Stati Uniti d’America attaccati in quel modo. Il rischio di una nuova guerra mondiale. I morti. La distruzione. Ho chiamato al telefono mio fratello. Era anche lui sgomento. Dovevo partire per un impegno di lavoro. Gli chiesi di telefonare ai nostri genitori per rassicurarli.” Carlotta Gualco (Genova)

“09/11. After a long day on the bus in the Czech Republic we had finally reached Karlovy Vary.  Tired from the ride we decided to split up our group.  Two of my friends were going to have a drink while me and my girlfriend would try to find us a place to sleep.  It took us quite some time and when we finally got back to the pub our friends were, we were eager for a drink.  Along the way we had received a message from a friend which said: ‘Have you heard the world’s most shocking news’. I answered ‘No, why? Did you finally hook up with someone?’ But I didn’t immediately receive a new SMS so we didn’t think about it that long. When I entered the pub the TV caught my eye immediately.  I remember me saying to my girlfriend: ‘I bet Jean and Ann (our friends in the pub) have been watching this kind of bad American action movie the whole time”. How little did we know. A few minutes later the whole pub including me was staring at the screen with nothing else than disbelief. We couldn’t understand a lot of what was said because we didn’t understand a word in Czech but we got the most of it from conversations with the locals. We all called our parents and friends to hear what they knew and were getting worried about being able to leave the country because it looked to us as the start of WWIII. When we finally left the pub we were still in shock and had a rough night filled with images of what we had seen.” Dieter Claus (Belgium; 20 years at that time)

“Avevo ventuno anni, a metà del mio percorso universitario, primo pomeriggio di settembre, intorno alle h 14.30 ero nella consueta siesta prima di riprendere a studiare… guardavo la TV quindi è stato facile apprendere della notizia… Sarò rimasta almeno due ore intere a bocca aperta davanti alla Tv, neanche più comoda sul divano ma seduta a terra sotto lo schermo come se andando più vicino all’apparecchio potessi andare più a fondo di quelle parole che ne uscivano… Accanto a me la mia sorellina di 16 anni… Lì per lì sembrava di vedere quelle immagini dei film americani in cui c’è sempre un equipe di uomini specializzati in grado di salvare l’umanità. Ma questa volta erano scene di vita reale. Le persone che si gettavano giù dai grattacieli erano una scena surreale, nel complesso di quella situazione creavano un vuoto nella mia mente. In silenzio guardavamo lo schermo io e la mia sorellina.
Oggi a riguardare quelle scene a distanza di sette anni mi viene da pensare alla genialità di chi ha progettato un attacco del genere ma anche all’insicurezza delle vite di ognuno di noi.
La sensazione di shock da 11 settembre si è fatta viva nei miei sogni giorni dopo quando nel sonno vedevo immagini di aerei che si schiantavano contro i palazzi della mia città e io intanto pensavo a dove scappare. Sara Del Noce (Napoli)

“L’11 settembre del 2001 avevo ventun’anni, a breve ne avrei compiuti ventidue. Ero in quel della Toscana a Colle di Val d’Elsa durante il mio stage a Intercultura. Lavoravo e scambiavo due chiacchiere con un obiettore quando arriva una nostra collega a dirci che l’aveva chiamata la figlia perché stava succedendo qualcosa a New York e stava guardando l’edizione straordinaria di canale 5. Li per li non gli abbiamo dato molto peso anche se, la curiosità è donna e sono andata su internet a cercare dei siti di informazione che però erano quasi tutti inaccessibili… Dopo poco ci vengono a chiamare per dirci di scendere a vedere la tv. Non facciamo neanche in tempo a scendere, accendere la tv che nel giro di pochi secondi vediamo un aereo che si schianta sulla seconda torre. Sembrava più uno di quei film “americani” dove succedono le cose più inimmaginabili, ma non era così. Quella era la realtà, eravamo su un telegiornale che trasmetteva la CNN…Ho avuto i brividi la pelle d’oca. Siamo stati un po’ a vedere la tv completamente basiti, poi siamo tornati ai nostri uffici. Il primo pensiero è stato chiamare casa. Mi sembrava di vedere tutto da fuori, come un’estranea, come se tutto quel che stava succedendo fosse finzione. Quel giorno era il compleanno di mia nonna!” Elisabetta Mantelli (Latina)

“I was thirty eight in september 2001. My grandparents’ home was very tidy. My grandmother got up very early every morning to make sure that everything was spotless. Their living room was full of treasures: the old – slightly out of key – piano, the beautiful white and gold dinner table, the funny looking lamp with the big lion watching the bulb,  several beautiful paintings. And the big red velvet armchair. The armchair was the jewel in the crown. My grandmother would sit there taking a nap, tired after the cleaning, the cooking and the creation of her fairy-tale cakes. It was a beautiful chair. The velvet was soft and the red colour was reassuring and warm. It was an enormous chair. As a child I would disappear into its embrace knowing that it was a very special treat to sit there – something strictly reserved for my grandmother. The chair was for show and for good manners – not for children’s silly games.  

When my grandmother died I inherited the red armchair. It was still beautiful but the springs were weakened and the velvet was scruffy on the armrests. My family loved the chair. My then 2-year-old son would climb it like a mountain, practice headstand against the back of the chair, Winnie the Pooh came to life when we read the famous stories in the chair which was big enough for everybody.  

When my daughter was born the chair was a soft and safe nest. When I was feeding her, we often sat in the chair her head on my arm and my arm comfortably on the armrest.  Sometimes the TV would be on while my little princess was fast asleep in my arms.   

And then this ordinary day in my quiet fulfilling life on maternity leave I was in the armchair, baby on my arm, the TV on with a nice soothing programme. Suddenly the programme was interrupted. The famous news presenter came on screen with a strange story about an accident in America. A plane had accidentally crashed into one of the towers of World Trade Centre. I was puzzled – a serious incident – yes – but why the extra news programme? Normally only the prime minister resigning or a royal birth would cause the news to be broadcasted off schedule. I watched the programme, listened to the theories as the second tower was hit. I understood nothing. My blissful life was disturbed by something I could not comprehend.  Later on in the evening we went to have a medieval dinner with some friends. A surreal experience. Their three-year-old son greeted us in the door saying: “A house in New York is on fire”. Every one was influenced by this unconceivable event. We enjoyed the meal – a meal  just like the people of the 14th century would eat.” Alice. Århus, Denmark.

“Me lo ricordo come se fosse oggi, io innamorata degli Stati Uniti, innamorata di New York e tutti i contorni, quel giorno ero in ufficio, il mio ragazzo mi chiama e mi dice di andare su internet e vedere cosa era successo, in quel momento quando ho visto le torri colpite mi è venuto un tonfo
al cuore, mi veniva quasi da piangere! Il momento del crollo è stato allucinante, non potevo credere ai miei occhi, sono crollate come un castello di sabbia, sgretolate sotto gli occhi di tutti! In quel momento è morto un pezzo di New York e non potrò mai dimenticarlo! Ho appeso una foto con le torri fatta qualche anno prima… per non dimenticare”
Cristina Aliprandi (Bergamo)

“My name is Marina Gavrilova, I am a russian teacher. In 2001 I was thirty eight. I remember the day of September the 11th as if it was yesterday! I was at home alone in my flat in Yaroslavl. I was doing some work about the house. My TV was on. I was passing it and saw how the planes one after another flew in the highscrapers. “Oh, one more American thriller is on”, thought I. It was curious, I started to watch and… OH GOD! It was not a thriller! It was on line video from New York! Oh,  no, no. How can it be real? It was so scaring, unusual and threatening. I was shocked. My heart started to beat faster…I was watching on line translation with horror.  I was so sorry for those people inside these buildings… “Oh, God! How can it be real?” I did not believe my eyes…Poor, poor people. It could happen in any place of the world. “Where are we, people, human beings, rolling to?”, thought I. “How can we be so cruel?” Marina. Yaroslav, Russia

“Lo ricordo benissimo quel giorno…. avevo quarantasette anni… ero in ufficio e stavo compilando un dannatissimo documento di trasporto, io faccio amministrazione ma all’occorrenza sostituisco le mie colleghe , era un po’ complicato, … il telefono squilla, già ero agitata e non avrei voluto rispondere.. dall’altra parte Loretta che urla ” Luisa dove sei?  puoi guardare la TV ? Perchè…… oddio, un altro!” Già ero agitata prima, figuriamoci adesso, dovevo terminare il mio documento perchè il corriere mi stava aspettando ma volevo anche ascoltare la mia amica e sapere cos’era successo… ho fatto aspettare il corriere…Per fortuna ero seduta….. non volevo credere alle parole che mi entravano in testa ma che la mia ragione rifiutava. Non era possibile, non poteva essere successo…… i ” nostri ragazzi”  New York… chi poteva essera là…no, non ci voglio neppure pensare….. non ci deve essere nessuno lì, non è possibile… in un baleno mi sono passati davanti tutte le facce degli studenti americani che abbiamo ospitato….e se non c’erano loro magari c’era qualcuno a loro cari…. che incubo! E i nostri studenti? Dai, nessuno è a New York… almeno speriamo….Tante supposizioni ma non vedevo ancora cosa era successo, fino all’uscita non ho potuto rendermi conto di quanto e di cosa sia capace di fare l’uomo, mi verrebbe da dire l’animale che c’è nell’uomo ma farei un grosso torto agli animali dicendo questo, perchè loro non sarebbero capaci di tali gesti…” Maria Luisa Bonilauri (Reggio Emilia)

“My name is Henrik Søder and I am living in Faaborg which is a little town in the south of Denmark. I was at that time forty four years old, and yes I remember that day very well. I am teacher on a little school and our vice headmaster had on the same day her 50 years birthday which we celebrated; it was a Friday as far as I remember and we were gathered on the school from midday. Parents and friend were coming to say hello, and then someone came and told us what has happened and off course we all were very shocked. Many of us went home for watching news and we couldn’t believe what we saw. So in fact every year when my college has birthday we are remembered what has happened. Best wishes to all of you.” From Denmark, Henrik Søder

“L’11 settembre 2001 mi trovavo in Honduras, a Tegucigalpa, per il mio anno di Intercultura.
Avevo diciasette anni, e ricordo come fosse ora il professore di matematica entrare in classe e dire che a NY c’era stato un incidente aereo, che un velivolo si era schiantato su un grattacielo.
Poco dopo abbiamo realizzato tutti. Non so bene come spiegare le emozioni di quel giorno.
Tornata a casa da scuola non riuscivo a staccare gli occhi dal televisore…
Sembrava quasi un film. E quando realizzavi che era la realtà, quando lo sgomento ti riportava con i piedi per terra… E’ stato un turbinio di emozioni, pelle d’oca, lacrime, stupore, tristezza…
Ricordo l’aria calda della città, il silenzio del pomeriggio e il suono del campanello del venditore di gelati. E sullo schermo della tv quelle immagini, le urla, i volti impolevrati, i fogli riempire il cielo, il sole offuscarsi…
In quei momenti ho realizzato che la vita è davvero fragile. E in un attimo tutto può finire…”
Giorgia Gualdi (Bologna)

“Yesterday , I asked my father the same question :” Do you remember that day, I was pregnant with my girl , who  start school this year , and my son has started school on that september ” I think many of people had a same memories yesterday about that day.” Branislava Krsmanovic (Beograd, Serbia)

“Sono in camera mia e sto riempiendo una valigia perchè il giorno seguente devo andare a Istambul per un seminario EFIL. (A quel tempo ero presidente nazionale di Intercultura). Suona il telefono. Mio marito mi porta il cordless e mi dice: Mietta. E dalla voce di Mietta Rodeschini, in partenza con me e Roberto, apprendo che cosa è successo prima che compaia in televisione. Sua figlia lavorava in un giornale. Mietta e io, madri di famiglia con mariti apprensivi, siamo rimaste a casa. Roberto è partito e ci ha raccontato poi di quel bellissimo seminario per molto tempo.” Anna Pozzi Sant’Elia (Como)

“I was at that time forty nine years old. I lived and still live in Malmö, Sweden. One husband, two children. That afternoon, the 11th of September I came home in the afternoon and found my husband in front of the TV. He’s usually never home before 6 pm and he never watches TV during the day time. I don’ t remember the details, but I think the second attack came by the time I arrived home. I was numb, just starring at the pictures that were cabled out. I also felt bad, because my husband said something sarcastic about reality striking back at the Americans.” Kristina, Malmö, Sweden

“All’epoca avevo trentasei anni e alle 9,30 circa sono entrata in ufficio (la mia ex agenzia SKATE srl) e come sono entrata la prima cosa che ho notato è che c’era la televisione accesa con volume altissimo, e ho capito che era successo qualcosa, come sono entrata nella sala della televisione ho trovato la mia socia in lacrime ho chiesto che fosse successo e lei mi dice solo guarda, in quel momento vedevo solo immagini confuse gente che volava dai grattacieli e l’aereo che si schianta contro il grattacielo. Siamo rimaste una buona ora incredule davanti alla televisione. Lo ricordo come se fosse ieri.” Lucia d’Aloisio (Roma)

“Io il fatidico 11.09 avevo 48 anni e stavo sul mio posto di lavoro: il laboratorio analisi dell’ospedale stavo anche terminando il mio orario di servizio quando una mia collega mi ha comunicato che le aveva telefonato sua mamma che era in corso un attentato a NY. Io avevo all’epoca un figlio appena partito per l’esperienza annuale in USA ed era nel West Virginia. La mia collega non sapeva dirmi altro.
Io a quel punto mi sono precipitata a casa per scoprire  dalla tele cosa stava succedendo. A casa al mio arrivo suonava il telefono :era la mamma di una ragazza anche lei in America che cercava conforto e comprensione in  me. Ho cercato di contattare mio figlio ma con insuccesso ma ho trovato una mail della famiglia americana di mio figlio che diceva: “Non ci è successo niente, avremo cura di Giuliano”. Daniela Macchi Caprioli (Verbania)

“Est’abamos Rosita, mi esposa, Gabriela, mi hija y un amigo de nombre Mundo Escorci, en la manana del 11 de septiembre, al pie de la Tour Eiffel, esprando el Bateau Mouche para ir a pasear por el Sena,cuando el amigo Escorcia se nos cerca muy mistrioros y nos dice que se ha estrellado unos aviones en la ataorres Gemelas en NY, pero no le crerimos, de pronto y yo pens’e, seguramente se trat de una nueva pelicula de Superman y seguimos nuestra visita a Paris, ya que por la noche tomar’iamos el tren para Digne y Niece, rumbo a Milano. Pero ya por la noche, en el tren,una mujer al parecer Vietnamita,me ha abordo llorando y entre ingl’es y franc’es me decia de la terrible tragedia en EU, y que la torres gemelas y el pent’agono  y que hab’ian muerto miles de personas etc.entonces mi esposa laconsolaba con l’agrimas tambien por la tragedia que a todos nos tenia conmovidos y llenos de la mas grande tristeza, pero lo que despues vimos, al llegar a Digne, que fue por la madrugada, el el cafe donde paramos, todo mundo estaba mudo y en silencio viendo la TV donde repet’ian una y otra vez la tragedia de las torres gemeleas y daban mas detalles y dec;ian de Osama Been Laden y de los Talibanos y de una serie consfusa de opiniones, pero lo que m’as recueerdo es que mi esposa dijo, con mucha seguridad, desde en un principio que supimos la tragica noticia; SEGURO QUE BUSH TUVO QUE VER EN ESTO. José Rosendo Garcia Gomez, Mexico

“Il mio ricordo di quel giorno è legato ad un terribile magone e quindi ad una fortissima emozione e sensazione di impotenza. Dopo pochi giorni avrei compiuto trentaquattro anni.  Ero nella mia casa, in cucina, e preparavo la cena. Un pasto semplice, solo per me, dato che mio marito mi aveva lasciata da qualche mese, durante l’attesa del nostro bambino. Così rivedo nitidamente me e Alessio, il mio bimbo che ora ha sette anni, e  che in quel giorno funesto era ancora in fasce  dato che è nato a maggio 2001. La notizia mi colse assolutamente alla sprovvista. Quante notizie assurde e terribili siamo abituati ad ascoltare mentre facciamo zapping…!!!! Ma quella volta era una edizione straordinaria: doveva essere successo qualcosa di davvero importante. Ascoltato un canale, ne ascoltai altri ed anche se in modo diverso, tutti dicevano la stessa cosa: NESSUNO E’ PIU’ AL SICURO. La stessa cosa poteva accadere in qualsiasi momento anche nei cieli di casa nostra. Presi subito in braccio mio figlio e lo tenni stretto a me, volendolo proteggere dalla sensazione di morte che era entrata nella mia casa. Il mio senso di solitudine si era allargato a dismisura e pensai a tutti i progetti di vita che affannosamente rincorriamo per realizzare i nostri sogni. Siamo davvero minuscole formiche, pensai, non ti preoccupare, ti proteggo io, amore mio, ma un’impotenza senza fine mi attanagliò. Ed io che avevo fatto di tutto per far nascere mio figlio”. Ornella De Filippo (Taranto)

“La mia testimonianza non ha nulla di speciale,tra l’altro ne stavo parlando proprio questa mattina a tavola con i miei, e ognuno stava ricordando dov’era al momento. Avevo quattordici anni e mi ricordo come se fosse ieri che ero arrivata a casa di una mia amica e mentre suo fratellino guardava i cartoni animati la trasmissione si era interrotta e noi eravamo tutti rimasti sconvolti con gli occhi incollati alla tv a guardare quelle immagini e ascoltare la notizia…questo è tutto ciò che ricordo… Un saluto dalla Sardegna!” Andrea Claudia Aramu (Cagliari)

“Stavo scendendo dall’appartamento all’ufficio; lavorando sotto casa, sono molto comoda. Attraversando il soggiorno,dalla cucina, ed avendo il televisore acceso, sento la notizia di un probabile incidente aereo, dovevo scendere di corsa perché avevo sentito suonare il campanello dell’ufficio. Era un cliente a cui dovevo consegnare del materiale fotografato, mi soffermo un attimo a parlare di lavoro, ma ero curiosa di ascoltare ciò che succedeva. In ufficio ho un piccolo videoregistratore con un televisorino portatile, lo attacco lo accendo e cerco un canale qualsiasi. Trovo la RAI nello stesso momento in cui il secondo aereo si infila in mezzo alla torre. Si comincia a parlare di attentato, azione che non ho mai accettato, e che non capirò mai. Attentato, a chi a delle povere persone che erano tranquillamente in ufficio, al lavoro, che avevano salutato la famiglia solo poche ore prima, e che non torneranno più dai loro cari? Attentato per cosa ,per fare valere dei diritti, che potrebbero essere discussi a livello politico? Poi le immagini si fanno terribili, ho il cuore in gola, mi sembra un film di fantascienza. Non capisco, non ci credo sono sola e la prima cosa che faccio chiamo mio marito che con nostro figlio era da un cliente a fotografare formaggi. Chiedo ….avete sentito? mi dicono…. si, siamo con il cliente davanti al televisore…. Quel giorno non hanno scattato foto. Io in ufficio ero smarrita, arrabbiata, amareggiata,…ma come anche gli USA non sono infallibili…..non sono mai stata filo-americana, ma ho sempre pensato che quel grande Paese fosse fuori da questi rischi, non era così, anzi questo grande paese stava subendo una attentato troppo grande anche per loro. Poi durante tutto il pomeriggio, e le giornate successive, non riuscivo a staccarmi dall’unico mezzo che poteva darti notizie, il televisore.” Loretta Ferrari (Reggio Emilia)

“Naturalmente, come tanti altri, mi ricordo bene il mio 11 settembre 2001, non tutta la giornata a dire la verità, solo quella a partire dal primo pomeriggio, quando le notizie, per chi non era incollato allo schermo della TV a vedere gli speciali dei TG, arrivavano discontinue e perlopiù confuse. Avevo ventuno anni, la mia giornata si può considerare divisa in due. Ricordo chiaramente il modo in cui ho saputo cos’era successo, sicuramente in ritardo rispetto a molti altri.. Ero in spiaggia, facevo la baby-sitter a tre bambini di Milano che da sempre vengono in vacanza dalle mie parti. Tre bambini che ho visto nascere e che – perciò – non erano solo un “lavoro”.. Ho incontrato un’amica – Lisa – appena scesa al mare. Erano forse le 15.30,minuto più, minuto meno. Aveva una faccia sconvolta, preoccupata, che esprimeva una non comprensione di quello che le accadeva intorno. E allora, ancora prima di dirle “ciao” le ho chiesto “che è successo?”
“Due aerei sono andati a sbattere contro le twin towers a New York”, mi ha detto, “sembra che si tratti di un attentato terroristico”
Nell’inconsapevolezza del clima vacanziero, in un posto che d’estate si riempie di turisti e a settembre dà il meglio di sé per amenità, Lisa non era stata a vedere il susseguirsi di telegiornali che davano notizie, rettificavano e mostravano continuamente quelle immagini degli aerei contro le torri, le torri che si sbriciolano sotto il calore e il fumo che esce. Lisa aveva bisogno di parlarne con qualcuno. I bimbi che erano con me hanno una madre che viaggia molto per lavoro. Lisa aveva iniziato a dirmi che il caos nei servizi di sicurezza a vario livello era totale, stazioni, aeroporti, obiettivi cosiddetti sensibili erano nel panico generalizzato. E la mamma dei bambini era, per lavoro, a Londra. Come spiegare a dei bambini di 11, 7 e 4 anni che probabilmente la loro mamma sarebbe arrivata con qualche giorno di ritardo per quel giorno il mondo era cambiato e viaggiare non sarebbe stato più lo stesso?
Certo, il mondo aveva altri problemi in quel momento. Ma non mostrare la mia preoccupazione ai bambini per me era una questione importante: sapevo la loro madre in un aeroporto internazionale della capitale del maggior e miglior alleato del Paese che aveva appena subito un attentato di portata sconvolgente. Quello che il mondo sarebbe diventato in quei minuti non mi interessava!
Siamo risaliti dalla spiaggia prima, quel giorno; la mamma dei bambini a cui facevo la baby sitter era salita su un aereo Londra-Milano partito appena prima del delirio, prima che tutti i voli fossero cancellati e gli aeroporti evacuati!
Già, un caso..
La seconda parte della giornata è stata la sera. I miei amici ed io ci incontriamo nella piazza del paese o in un piazzale davanti alla chiesa. Quella sera, l’argomento di discussione non mancava ed essendo io “l’esperta” del gruppo di relazioni internazionali e di politica (per storia personale, studi, interesse e inclinazioni” i miei amici mi chiedevano un parere, che evidentemente non sapevo dare. Al Qaeda? Sì, possibile. In realtà l’attacco agli Stati Uniti non riusciva a meravigliarmi. Ero sconcertata, triste, ma non stupita. E a conferma di ciò, un nostro amico marocchino, (arabo, oddio!), in Italia da sempre, mi rivelava quello che poteva essere il pensiero di tanti arabi quel giorno: “finalmente qualcuno è riuscito a dimostrare agli Stati Uniti e al mondo che un popolo, benché potente, non può continuare a fare il prepotente senza pensare che ci siano delle conseguenze“. Ero spaventata e – forse più – avvilita.
Sono un’inguaribile ottimista. E, per carattere, tendo a pensare a quello che verrà e non a quello che è stato, alle opportunità e non ai rimorsi e ai rimpianti. Mentre mi rendevo conto che quel giorno il mondo sarebbe cambiato, speravo che potesse cambiare in meglio. Speravo che quell’evento, per quanto terribile, avesse portato gli Stati o chi per loro a capire che quello che era
successo era un sintomo e non la causa della “malattia”. Immaginavo che potesse essere un’”occasione unica” per far andare le relazioni internazionali in modo diverso. La guerra in Afghanistan, poi quella in Iraq, la “guerra al terrore” che ne è derivata mi dicono che quella occasione è stata perduta.” Francesca Battistelli (La Spezia)

My personal memories of 9/11/2001: Mirjam Harweg Ottefülling. Age as of 9/11/2001: twenty seven.
I am a resident of Dortmund, Germany. I have a special relationship to that day, as it happens to be my birthday. And I remember exactly what I was doing when I first heard the shocking news. I was doing a teacher training back in 2001, and my class had just finished, so I got into my car to drive home, and turned on the radio. It was then that I heard that the twin towers had been hit by airplanes and collapsed, and the scenario seemed so absurd that I thought it was a radio play they were broadcasting. I was shocked and almost paralyzed. It all seemed so unreal. Just 3 years earlier, in 1998, I had been working for a German company in New York City, and my mom had come to visit me for my birthday, and we had gone out for dinner to the WTC and had dinner in that famous restaurant “Windows on the world” on the 107th floor of the WTC.  
September 11, 2001 was a Tuesday. It was about 4 pm in the afternoon when I drove home, listening for news on the radio all the time. When I got home, I turned on the TV. That night, I had invited some friends over to celebrate my birthday, and we ended up gathering in front of the TV in my apartment, talking about the unbelievable. Sharing these moments and our emotions helped us try to come to terms with the terrible images we saw on TV, of desperate people jumping out the towers and dust-covered people running for their lives.  
I still get goosebumps whenever I watch documentaries or see photos of 9/11.”
Mirjam Harweg Ottefülling (Dortmund)

“Beh cosa dire?!! Intanto avevo trentaquattro anni all’epoca. Sinceramente ripensare a quell’11 settembre di 7 anni fa, mi lascia turbata e ogni volta che ripropongono quelle scene orribili cambio immediatamente canale. Comunque ricordo che erano le tre del pomeriggio di un giorno feriale ed ovviamente ero in ufficio. Nell’ufficio di Intercultura a Corso Vittorio, avevamo la televisione e probabilmente quel giorno di settembre si stava lavorando per una delle tante spedizioni. Ad un certo punto ricevemmo una telefonata di Susie (all’epoca aveva l’orario part-time) che ci diceva di accendere subito la TV… l’America aveva subito un attentato.
Lì per lì non mi resi subito conto della cosa, però l’accesi e vidi le Torri Gemelle che fumavano e immediatamente dopo un aereo civile si andava a schiantare sull’altra Torre.
Non era una registrazione o un filmato d’altri tempi. Era tutto rigorosamente live!! Rimasi sbigottita, non credevo ai miei occhi e così d’impulso pensai che questo fosse l’inizio della Terza Guerra Mondiale….L’intoccabile America era stata colpita al cuore!! Purtroppo le scene che seguirono furono strazianti e le conosciamo ampiamente tutti! Quando poi andai a casa chiamai mia madre per parlare della cosa e mi disse che papà, il quale già non stava bene da molto tempo, quel giorno si era sentito male a causa della pressione troppo alta e di altri disturbi causati dal diabete. (due mesi dopo se ne andò…). Vi lascio immaginare di quale umore fossi alla fine di quella giornata! Francesca Urgeghe (Roma)

“Caro amico, vostra idea e meravigliosa. Io sono l’opponente verso la guerra e la violenza. Avanti sette anni 11. settembre io sono stata molto triste. Molti uomini in America sono stati morti e le belle case sono state demolite. Stop per la violenza. Io sono per l’umanità e la comprensione.
La mia famiglia, miei amici, i miei scolari e molti uomini nella mia patria pensano ugualmente . Come dice una nostra poetessa : “Che sia la vita solo l’amore “.
Karadzic Vukica
professore. Belgrade, Serbia

“L’11 settembre del 2001 ero in ospedale da mia mamma, che aveva appena subito una masterectomia (credo si dica così l’asportazione della mammella) per la presenza di un cancro. Ero lì, che parlavo con lei, e ricordo che c’era troppo bianco intorno, le lenzuola del suo letto d’ospedale, la luce che entrava dalla finestra, il colorito della sua faccia dopo l’operazione… Parlavo con lei e cercavamo entrambe di non pensare troppo ai risultati della biopsia che sarebbero arrivati pochi giorni dopo e che avrebbero confermato la presenza di un carcinoma aggressivo, e arrivò una telefonata di mio fratello: “Hai presente le torri gemelle che hai visto quando sei stata a N.Y.? Ecco, non ci sono più…Non si capisce ancora se sono crollate per qualche esplosione o se c’è stato un attentato…”. Io stavo già vivendo una tragedia. Ciò che accadde quel giorno a N.Y. mi sembrò lontano e troppo doloroso per farmi carico anche di quella. Katia Sammartino (Catania/Padova)

“Dear friend, I’ve decided to write it in my mother tongue because it’s easier for me to express my feelings.

Tego dnia skonczylam prce wyjatkowo wczesnie. Po pracy pojechalam odwiedzic swoich rodziców. Gdyweszlam doich mieszkania zobaczylam wlaczony telewizor a na nim samototy uderajace w wierze WTC. Bylam przekonana. iz rodzice ogladaja jakis sensacyjny film, spytalam sie ich co za filmogladaja, spojrzeli na mnie z przerazeniem i powiedzieli ze to nie jest film, tostalo sie naprawde. Z poczatku nie dotarlo do mnie to co uslyszalam. W nastepnej chwili ogrom tragedii mnie przytloczyl. Niedowierzanie, szok, zal, rozpacz, wspólczucie dla ofiar i ich bliskich którzy patrzyli na ten koszmar – te wszystkie uczucia naplynely wielka fala i dusily mnie w gardle. Z oczu poplynely lzy. W glowie kolatala sie mysl – czy to mozliwe zeby jedni ludzie drugim zgotowali taki koszmar? Do dzisiaj nie moge zrozumiec dlaczego doszlo do tej tragedii. Pozostaje nam tylko miec nadzieje, ze nigdy wiecej nie bedziemy musieli byc swiadkami podobnych wydarzen.” Gosia, Wroclaw, Poland

“Non ricordo esattamente l’ora, ero in camera e mia madre mi dice di guardare la tv, perché a NY era successo un disastro aereo. Catapultato di fronte alla tv son rimasto sotto shock nel guardare quelle immagini e nell’ascoltare cosa stava accadendo, dopo non so bene quanti minuti ho iniziato a chiamare i miei amici in USA. Qualcuno lavorava su NY ed altri vivevano a Washington,  si parlava anche dell’altro aereo ancora in volo in direzione Washington, i telefoni dei miei amici non funzionavano. Quindi ho chiamato quelli su LA per vedere se le linea era in uso sulla west coast. Ho parlato con loro che ancora dormivano, ho chiesto più informazioni, ma anche loro erano senza parole non capivano cosa stesse succedendo. Si aspettavano un aereo anche su LA. Ho riprovato nuovamente sulla east coast e son riuscito ad avere rassicurazioni che tutte le persone che conoscevo stavano bene anche se sotto shock. Nessuno si trovava a NY. Ma a Washington mi raccontarono poi che erano tutti in strada scrutando il cielo, aspettando di vedere il quarto aereo che stava arrivando. Inseguito si riversarono tutti in ospedale a dare il sangue per le vittime del Pentagono. Poiché i miei amici abitavano vicino al viale delle ambasciate a Washington, mi hanno raccontato che la notte, presso il centro islamico che rappresenta diverse ambasciate arabe, si era creata una folla che urlava contro lo stabile (perché non si vedeva nessuno) e qualche sparo contro la struttura. La sensazione di tutti i miei amici statunitensi, oltre allo shock, era quella che il mondo finora conosciuto sarebbe cambiato per sempre. Avevo ventotto anni e stavo aspettando un visto per andare a lavorare in USA. I primi di dicembre ero a Boston da dove erano partiti un paio degli aerei dell’attentato. La loro vita continuava come sempre, si erano solo svegliati da un sonno dove credevano d’essere amati in tutti i paesi del mondo. Ma le bandiere USA si erano moltiplicate nelle case, se mai fosse possibile rispetto a prima. Andrea Sanna (Cagliari)

“Dunque stavo in cucina non so più che cosa stessi facendo ma mi ricordo esattamente che mio marito mi chiamò dal piano di sopra (era scultore e lavorava in casa, nel suo studio. Mi ha gridato: accendi la televisione! Quasi nello stesso momento mio padre – che viveva con noi  – mi chiamò pure lui dalla sua camera . Stava davanti al suo televisore e mi domandò : ” ma questo é un film o é la verità. Dopo qualche secondo é arrivato anche mio figlio che stava studiando . Stavamo guardando la TV completamente muti, ma ci volevano molti minuti prima che ci rendessimo conto di quello che stava succedendo. Poi dopo qualche minuto mia figlia telefonó da Londra domandando se stavamo vedendo quello che stava succedendo. Ecco tutto. Ma mi ricordo benissimo che non riuscivamo a credere, tant’é vero che la TV ripeteva regolarmente: „questo non é un film.” Annamaria Sarmany (Budapest)

“Io l’11 settembre ero a casa di mia madre.
Avevo li lo studio provvisorio di montaggio. Lavoravo ad un corto che s’intitolava Zapruder. Aspettavo il montatore e il dir. della fotografia per una riunione, sono arrivati tra un aereo e l’altro.
Per un caso avevo il televisore acceso e scorrevo le notizie su televideo.
Mi ricordo che la prima cosa che ho pensato dopo il primo impatto era collegata ad un mio precedente viaggio a NY, la prima volta che andai in quella città e salii sulla torre visitabile: pensai che le probabilità che un aeroplano si schiantasse vista l’altezza non erano poi così poche. L’influenza dei film della serie Airport si faceva certo sentire.
Quando sono arrivati i miei due amici e collaboratori era chiaro che l’attentato doveva essere la spiegazione più plausibile. Ne commentammo l’aspetto estetico immediatamente e convenimmo
che si trattava di un colpo di genio.
Poi iniziò la girandola dei morti, con numeri che salivano fino a 30.000 e i deliri dei telegiornali, il vuoto assoluto delle “dichiarazioni” politiche,fino all’abisso della retorica più trita sull'”immane tragedia”.
Il colpo di genio prendeva forma come previsto dagli autori, ma questo lo capimmo più tardi, quel giorno fu solo chiaro che il progetto avrebbe funzionato: l’occidente aveva accusato e sembrava un pugile dilettante abbattuto da Alì.” Carlo M.P. (Roma)

“Il mio ricordo è composto da varie immagini, molto nitide. Io in Piazza Sant’Oronzo che cammino col cellulare all’orecchio, io che ricevo la notizia e scoppio a ridere, io che entro in un bar cercando una televisione, io che ammutolisco, io che trattengo le lacrime, io che non so cosa dire alla mia compagna che non parla più da due giorni. Quel giorno ero a Lecce, all’inizio di una tanto agognata quanto sfortunata vacanza. Oltre al bisogno di riposo, sentivo la voglia di isolarmi dall’attualità. Un bisogno di mare, verde e buona cucina, immagini positive che mi facessero dimenticare l’orrore delle immagini di Genova. Meno di due mesi prima l’Italia aveva toccato uno dei punti più bassi della sua storia recente, una sospensione dello stato di diritto e tre giorni di “prove generali di fascismo”, con scene cilene, massacri di massa, pestaggi al buio, crani fracassati. Una mattanza annunciata, un gregge di pacifisti nonviolenti preso tra due fuochi, tra il fascismo dei black-block e quello di una frangia maggioritaria delle “forze dell’ordine”, oggettivamente impazzite e fuori controllo, fino ad arrivare al morto, l’agnello sacrificale necessario, un ragazzino con l’estintore ucciso da un ragazzino con la pistola.

Ad un altro livello, ero rimasto scosso nel profondo dai tempi immediati della circolazione delle notizie e delle immagini. Ero in ufficio, il 21 Luglio. Verso le 18.00, neanche mezz’ora dopo la morte di Carlo Giuliani, una collega di Roma aveva già ricevuto un sms da Genova: “c’è stato un morto”. Un’altra mezz’ora e c’era la foto su Internet, un ragazzo col passamontagna sul selciato, in una pozza di sangue. Il nome non si conosceva ancora, ma la foto c’era.  Era la prima volta che sperimentavo un’immediatezza simile, una sorta di violenza nella violenza. 

Dopo un paio di gradevolissimi giorni di convivenza con mia madre e la mia compagna, Anna tornava a Roma, lasciando il campo libero, con la saggezza di donna anziana e matrioska a tanti strati. L’avevamo accompagnata alla stazione e l’avevamo aiutata a prendere il treno per Roma. Al suo arrivo avrebbe trovato mio fratello Claudio a prenderla. La ricompensa sarebbe stata un vassoio di rustici leccesi. Dopo un paio d’ore mi chiamò Claudio. Aveva provato a chiamarla ma senza successo. “Sicuramente avrà il cellulare spento” –  gli dissi – ”perché la cerchi?”

E lui “non sai niente? A New York, due aerei hanno preso in pieno due grattacieli, il Word Trade Center, brucia tutto. Sono stati gli arabi, sembra. Marco, una cosa pazzesca” –“Hanno fatto bene!” – la mia reazione, istintiva, un riflesso condizionato sul quale rifletterò per anni. Claudio commentò ancora. Sentii meglio il suo tono di voce, colsi lo stupore, la paura e lo spaesamento. Improvvisamente il fatto che mia madre fosse su un treno diretto a Termini mi apparve come una situazione meno tranquilla del solito.

Decidemmo di cercare un bar con la televisione, lo trovammo. Bastarono un paio di minuti ed entrai in sintonia con mio fratello. Provai a chiamare mia madre ma niente. Non sapevo cosa pensare. Entrammo in una agenzia di viaggi, un’altra televisione accesa. Oltre a noi, due persone, un uomo e una donna, gestore e cliente. Lui, sui 40, folti baffoni neri, commentava con forte accento leccese: “Così imparano. Ora sanno cosa vuol dire essere attaccati. Anche il pentagono, hanno fatto una figuraccia di fronte al mondo intero”. La cliente gli replicava con l’aria di chi aveva già previsto tutto ed un tono incredibilmente tranquillo: “sono islamici, nemici del Cristo. Dio li punirà”. Li guardai, incredulo. Mi resi conto che stavamo osservando delle immagini già trasmesse molte volte. I due avevano avuto il tempo di elaborare qualche straccio di impressione, di teoria. Io no. Sentii solo il bisogno di andare a casa, guardare la televisione ed elaborare questa cosa per conto mio.

La sera riuscii a parlare con mio fratello. Mi madre aveva fatto un viaggio stranissimo, che ricordava in modo impressionante un bellissimo racconto di Buzzati, “Qualcosa era successo” :

……

è seduta accanto ad un militare dell’aviazione. Lui viene chiamato al telefono, molte volte. Lei può sentire solo spezzoni di dialoghi, percepisce che è successo qualcosa da qualche parte ma non capisce cosa e dove. Il militare non parla con nessun altro nel treno e nessun altro ha il cellulare[1]. Il militare chiede ad uno degli interlocutori telefonici se deve rientrare in servizio e tornare immediatamente a Lecce. Mi madre si incuriosisce e cerca il suo cellulare, ma non lo trova. Deve averlo lasciato a casa. Una volta a Termini, il militare corre via. Mia madre scende, in stazione coglie una agitazione generale. Cerca lo sguardo di Claudio, lo incrocia e comprende subito che è accaduto qualcosa di grave.

……Il giorno dopo, in un paese vicino,  Taviano, comprammo quattro giornali e leggemmo per ore, in silenzio.  Mi ritrovai a scandagliare i futuri possibili. Non sentivo la paura che scoppiasse una nuova guerra mondiale, mi sorpresi a darlo per scontato. Mi chiedevo solo se rientrare subito a Roma o restare dov’ero.  Quanto stava accadendo mi sembra ancora più strano, visto dalla punta d’Italia, di fronte alla Grecia. Pensai a New York. Non riuscivo a vedere quanto accaduto solo come un attacco agli Stati Uniti. Anche per la mia tendenza ad affezionarmi ai luoghi dove sono stato bene, pensavo – e penso ancora – che sia stata soprattutto New York City ad essere stata ferita, con la sua vitalità, bellezza, la sua ricchezza culturale, i suoi teatri, i suoi cinema, la sua apertura, il suo multiculturalismo, i suoi mille conflitti e le sue mille contraddizioni, la sua dinamicità. In fondo è stata colpita, almeno ai miei occhi, un’idea di America, forse la sua faccia migliore, senz’altro quella che preferisco. Marco Tosi (Roma)

“Ricordo benissimo l’11 settembre. Ero in casa nel primo pomeriggio con una studentessa AFS tedesca che era arrivata da qualche giorno a Lecce, la cui famiglia era fuori per motivi di salute. Ricordo ancora la telefonata di una zia di Renato che ci invitava ad accendere il televisore e lo sgomento dinanzi alla caduta della prima torre, dopo qualche minuto abbiamo assistito in diretta al crollo della seconda.
Ricordo ancora l’orrore e la difficoltà di capire e di spiegare alla ragazza quello che stava succedendo e poi tutta la famiglia inchiodata davanti al televisore e le telefonate di mia madre che voleva sapere se aveva capito bene quello che era successo. Sono state ore frenetiche, passate nella consapevolezza di essere stati testimoni di un evento epocale, che mai nessuno di noi avrebbe immaginato, così abbiamo capito subito che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. E mentre io ospitavo e costruivo il dialogo, c’era chi in pochi minuti aveva distrutto tutto! Questa è stata la prima contraddizione che ho sentito dentro di me.”
Anna Rita Faggiano (Lecce)

“Avevo cinquantacinque anni. Ero in cucina, avevo appena preso la posta e stavo leggendo una cartolina, la TV era accesa ma senza audio. E’  una mia strana abitudine, mi da fastidio sentire il superficiale blateramento televisivo, ma nello stesso tempo non vorrei perdermi qualche cosa che mi potrebbe interessare, e quindi ogni tanto, se sono in cucina a leggere, lavorare, cucinare, pulire, alzo lo sguardo per vedere che cosa succede sullo schermo e metto l’audio se mi interessa.
Quella mattina, il tempo di dare un’occhiata distratta allo schermo, spalancare occhi e bocca, mettere l’audio, alzarmi in piedi e mettere a fuoco con gli occhi ma soprattutto con la testa e la tragedia era lì davanti a me. 
Ci ho messo almeno una decina di minuti a convincermi che quello che si vedeva e si sentiva era proprio vero. 
La conferma interiore è arrivata con una stretta allo stomaco, respiro bloccato e nodo alla gola. 
La conferma esterna è arrivata dagli squilli del telefono, uno dopo l’altro i tre figli, poi la mia amica Ginette, poi mio marito, poi amici di Intercultura. 
Sentire altre voci  per un attimo  è stato un sollievo,  poi però le immagini ripetute sullo schermo, che riuscivo a mettere a fuoco sempre  meglio nella loro assurda realtà, hanno riportato angoscia, incomprensione, voglia di silenzio.
La cosa che mi sconvolgeva di più, e che mi sconvolge tuttora, era la convinzione, nonostante tutto quello che si andava dicendo in quei momenti, che quella fosse una lucida strage civile, non un’azione di guerra, e quindi nella mia memoria non riuscivo a paragonarla ad altro che alle stragi degli ebrei, una follia ritornata, una follia disumana che non può essere spiegata, in quelle forme, nè da rivendicazioni economiche o sociali nè dall’odio razziale o religioso nè da esercizi di potere, semplicemente non può essere spiegata. Da allora ho imparato che è meglio partire dal presupposto che nessuna epoca, nessun luogo, nessuna persona potrà mai essere sicuramente immune da scene apocalittiche come quella dell’11 settembre:  la consapevolezza migliora gli interventi di prevenzione e di cura.  Anche la follia si può prevenire e curare, purché la si metta in conto. Gabriella Ferrua (Torino)

“Non ricordo molto di quel giorno. Avevo circa trentanove anni . Ero nella mia casa di villeggiatura ad Ostuni e non so perché quella mattina ho deciso di accendere la televisione. Non lo faccio mai di mattina. Vidi l’immagine della prima torre e poi della seconda torre trafitte da un velivolo e poi infiammate. Rimasi sospesa nell’incertezza di capire se fosse la scena di un film o la realtà . Passai alla consapevolezza che ero di fronte ad un inferno in terra dalla voce squarciata del cronista. Rimasi ferma , raggelai. Ero sola. Non ricordo di aver comunicato con qualcuno . Pensai subito ai miei parenti che vivono a New York. Ebbi un attimo di terrore , pensando che potessero essere stati coinvolti,  poi  capii che un capitolo della mia vita era finito. Sognavo dall’età di 12 anni di andare in America  e vedere da vicino la Statua della LIbertà, i grattacieli ,simbolo della capacità dell’uomo di costruire cose straordinarie , i mille volti delle tante culture che hanno dato vita ad una nuova civiltà . Peter Pan iniziò a sentire il peso dei piedi che lo portavano a terra e pianse.” Ernestina Puglisi (Brindisi)

“Wow, it’s really a long time, but as you say it is such a clear memory that I remember nearly everything on that day. That was a weekday and I was at No.4 Middle School, Tongzhou District, Beijing which was the first school I worked for. I remember I was in the office and opposite me was my colleague who is the closest at school. We were marking students’ homework books. I think the first words come to my mind are ‘shocked’ and ‘unbelievable’ if you ask me to describe my feeling. Other words? Still ‘shocked’ and ‘unbelievable’. I don’t think I can come up with other words. One of my female cousin happened to be in the states, fortunately we knew she was not in New York those days. I remember she was away for films. Years later, I once talked with some friends from USA, most of them said that American people have changed a lot since 9,11. I think it is true, especially those who lost their beloved, who witnessed the disaster personally, who survived from the disaster, who had the same feeling with those who experienced the disaster directly or indirectly. Love from Xena” My Chinese name is 梁琴 Liang Qin, twenty nine years old in 2001. Beijing

“L’11 settembre 2001 è stato per me un giorno come un altro. Avevo sedici anni e stavo vivendo il mio anno Intercultura in Honduras. Ero a scuola quando è successo l’attacco alle Torri Gemelle e non ho saputo niente. Tornata a casa, nessuno mi ha informata. Mi trovavo in Honduras da circa un mese. Capivo la lingua ma non alla perfezione e non ero ancora ben inserita nell’ambiente. Il giorno successivo ricevetti una lettera dall’associazione, in cui tutti noi studenti AFS venivamo informati dell’accaduto. Ci dicevano anche di tenerci pronti a qualsiasi evenienza, addirittura saremmo potuti rientrare in anticipo nei nostri paesi. Ricordo che scoppiai a piangere, perché non volevo interrompere così la mia esperienza. Per fortuna nei giorni seguenti la situazione migliorò e l’attacco dell’11/9 non è più intervenuto nella mia vita. Tempo dopo ho visto alcune immagini e quando è stato pubblicato ho guardato il film-documentario di Michael Moore. Era un modo per conoscere cos’era realmente successo al mondo, dato che nel momento stesso in cui l’evento si era verificato, io ne ero stata colpita solo indirettamente e nemmeno nell’immediato. Forse è un caso, forse uno di quei paradossi che la mente umana non sa spiegare, ma da allora l’11 settembre è diventata una data importante per me. Quattro anni dopo, nel 2005, sono tornata in Honduras. E sono partita proprio l’11 settembre. Lo ricordo perché tutti mi chiedevano se avessi paura. Io non ne avevo. Però forse ne aveva l’equipaggio dell’aereo, dato che non siamo partiti se non il giorno dopo. E ancora quest’anno, 2008, l’11 settembre ha segnato la mia vita. Il giorno 12 partivo per la Spagna, quattro mesi in Erasmus. E così la sera prima (11/9, appunto) ho fatto una piccola festa di “arrivederci” a cui hanno partecipato i miei più cari amici. All’inizio qualcuno era un po’ scettico; quelle cifre mettono sempre un po’ di soggezione. Ma poi la festa è stata bellissima e io ho avuto la conferma di avere accanto persone meravigliose. Potrà sembrarvi che questo non c’entri niente con l’11 settembre 2001, invece una relazione c’è: quella data, che ha cambiato il mondo, ha cambiato anche la mia vita. La prima volta mi ha fatto capire che ormai ero abbastanza grande per affrontare una situazione d’emergenza. La seconda anche, mi ha messo di fronte a un problema che ho dovuto risolvere con calma e serietà. Infine l’ultima volta, mi ha regalato una magnifica serata e degli splendidi ricordi. Chissà, forse prossimamente la mia vita sarà ancora segnata da questa data. Spero in modo positivo o per lo meno costruttivo. Proprio per fare da contrasto al tragico evento che l’ha resa così  tristemente famosa.” Federica Malinverni (Ivrea)

“Avevo trentotto anni e un giorno quando è avvenuto ‘l’undici settembre’, il giorno prima avevo festeggiato il mio compleanno e in quel momento stavo mangiando l’ultimo pezzetto di torta rimasta. Avevo deciso di prendere una pausa post compleanno e di guardare nel frattempo alla tv le notizie ‘ultim’ora’. Ricordo che sono rimasta col cucchiaino a mezz’aria vedendo quello che trasmettevano, sentivo il giornalista parlare e cercare di raccontare quello che accadeva con un tono che passava dal non avere parole ad uno talmente serrato e colorito che rasentava la risata nervosa e fuori luogo che può capitare di avere in certi momenti eccezionali. E quello era senza dubbio un momento eccezionale. Ho chiamato il mio collega impegnato in un sopralluogo in un cantiere, gli stavo raccontando della prima torre colpita quando c’è stato l’attacco alla seconda torre. L’ho invitato a cercare in fretta una tv in un bar vicino, perché descrivere a parole quello che accadeva non era assolutamente paragonabile a vedere le scene che la tv trasmetteva in continuazione. Ricordo di avere pensato che la situazione era talmente assurda che certe immagini sembravano una simulazione perfettamente riuscita: prima il plastico di un grattacielo che viene colpito da un modellino giocattolo di un aereo, poi il plastico frana su se stesso, completo di spettatori con facce terrorizzate, come nei film quando si riproducono in scala ridotta scene che dovranno essere viste in scala reale. Altre immagini invece erano talmente vive da fare sentire il bisogno di guardarsi alle spalle per paura di non essersi accorti di un pericolo incombente.” Nicoletta Ditadi (Venezia)

Quello che mi torna in mente spesso di quell’11 settembre è quanto fosse luminosa quella giornata.
Alcune volte, purtroppo, nella mia vita mi è capitato di osservare l’incongruenza della luminosità del sole rispetto al mio stato di dolore. Il giorno in cui è morta mia nonna, il giorno davanti alla tomba del mio amico Gianni, il funerale di mio padre. E l’11 settembre. Quando è successo ero al lavoro. E la primissima sensazione era solo stupore. Poi la paura.
La paura che il mondo, così come lo conoscevo, stesse per finire.
E poi a casa sul divano con i miei figli a guardare le immagini in tv. Due bambini piccoli e abbronzati da poco tornati dalle vacanze. Il piccolo doveva di lì a pochi giorni iniziare la prima elementare.
Ed io, una madre anche troppo prodiga di spiegazioni, che non riuscivo a trovare le parole… Marta Trifoni Imperatori (Roma)

“Sono rientrata a casa da poco… non ricordo da dove… forse sono stata a fare una lezione da qualche parte. E’ già pomeriggio ma io non ho pranzato e quindi ho voglia di mangiare qualcosa. Accendo distrattamente la tv mentre faccio uno spuntino. E vedo la Torre. Il volume è basso. Vedo fumo. Alzo il volume. Sento il commento. Vedo arrivare un aereo contro l’altra torre. In tv urlano. Io sono spaventata. Telefono subito a mia sorella, che abita in un’altra città. Siamo molto legate da quando eravamo bambine, lei ha solo un anno meno di me. E’ la prima persona con cui voglio vedere cosa sta succedendo. Non faccio supposizioni, nessuna congettura. Solo spavento. Mi sembra di assistere ad un avvenimento più grande della fantasia. Si.. questo lo penso: se vedessi queste scene in un film le giudicherei esagerate, troppo spettacolari, inverosimili. Inverosimili…  non simili al vero… ed invece il verosimile ha dei limiti, il vero no. Sa essere esagerato. Vedo le persone che si affacciano, chiamano aiuto, si gettano. E’ un orrore. Poi vedo la Torre crollare. Il cronista urla. Io provo dolore. Avrei voluto che le persone lì dentro si salvassero. Penso all’inizio di una guerra, forse. Intanto sono al telefono con mia sorella. Siamo ancora due sorelline spaventate dalle streghe. Ed abbiamo io 34 e lei 33 anni. Adesso, quando vedo il numero 11, vedo due torri gemelle, 1 e 1.” Annalisa Tinozzi (Pescara)

Era il primo pomeriggio ed io ero in casa con mia figlia di sei mesi in braccio. Mio marito era fuori. Non ricordo esattamente cosa stessi facendo ma non avevo il televisore acceso perché poco prima era mancata la luce. Ricordo invece esattamente quello che provai immediatamente dopo il trillo del telefono. Dall’altra parte della cornetta mia sorella mi chiedeva se fossi al corrente di cosa stesse accadendo al di là dell’Oceano. Accesi su suo consiglio la tv (la corrente intanto era tornata) e guardai le immagini, ascoltai e riascoltai le notizie, mia sorella mi fornì una sintesi di quello che si sapeva  fino a quel momento, le torri caddero sotto i miei occhi e io…pensai ai miei figli!  Già, perchè ne avevo  un altro in grembo, da appena un mese e per prima cosa pensai :- se solo fosse accaduto un  mese fa non  lo avrei fatto, non avrei generato un altro figlio!- Provai una sensazione orribile. Avevo la bimba in braccio e pensai con angoscia: – che sta succedendo? Che sarà di lei? Che sarà dell’altro figlio che deve ancora nascere?- Ero convinta che non si trattasse di un giorno qualunque ma di un giorno che avrebbe segnato in negativo la nostra esistenza, ma come? L’ angoscia per i miei figli non mi fece pensare ad altro e, chiusa la telefonata (lunga) con mia sorella, rimasi angosciata senza forza né voglia di telefonare a nessun altro. All’epoca avevo trentatré anni. Valeria  (Roma)

L’11 settembre 2001 suona il campanello. E’ Angie, la nostra vicina di casa che viene a pranzo da noi. Facciamo due chiacchiere e ci mettiamo a tavola. Stiamo gustando la pasta al sugo quando Gabriele insiste di accendere la tv per vedere il telegiornale della 13.30. Sono un po’ infastidita perché abbiamo un ospite, ma non dico niente. Capiamo subito che c’è qualcosa che non va. Sentiamo la tensione nella voce del giornalista che da le notizie delle Torri Gemelle. Vediamo le immagini che oramai sono diventate emblematiche, ma in quel momento le stiamo vedendo in tempo reale, o quasi, e senza il senno di poi.

Le Torri che implodono, una poi l’altra, afflosciandosi come un castello di carte, la polvere innalzandosi e la gente per strada con aria stupita, terrorizzata, qualcuno in stato da zombie, in stato semi-sveglio da shock.

Il mio cuore batte forte. Mentre guardo sono anche consapevole di essere testimone, per fortuna non da vicino, di un evento storico che lascerà un segno per sempre. Con l’arrivo di nuovi aggiornamenti aumenta lo stato di paura, della realizzazione di quanto stesse accadendo, del non sapere come si possa proseguire. Temevo fosse  in corso l’inizio di una terza guerra mondiale, la fine del mondo come lo conoscevamo. L’idea che il Presidente degli USA potesse essersi nascosto dentro L’Air One cacandosi sotto, senza sapere cosa fare o dove andare ,ci lasciava con la pelle d’oca. All’istante persi quel briciolo di fantasia infantile, quella che credeva in Babbo Natale e che il Presidente degli Stati Uniti, benché fosse George W, un uomo non conosciuto per il suo valore e coraggio, ci avrebbe salvato dai guai nel mondo, qualunque fosse. Ora George W si mostrava così impotente e piccolo che mi accorsi per la prima volta che forse non c’era veramente nessuno che ci potesse salvare. Rimanemmo incollati alla tv tutto il pomeriggio e tutta la sera, indifferenti al tempo che passava, i piatti di pastasciutta consumati a metà, sempre in tavola. “L’avevo sentito alla radio in macchina mentre venivo da voi” disse Angie. Io e Gabriele ci scambiammo uno sguardo incredulo.

Era possibile che la nostra amica avesse sentito una notizia così eclatante e devastante e poi fosse arrivata da noi chiacchierando del più e del meno, come se niente fosse? Rimasi allibita e non le risposi. Muta, giravo lo sguardo di nuovo verso lo schermo dove le stesse immagini venivano ripetutamente riproposte e nonostante che non volessi vedere quel che stessi vedendo, non staccavo gli occhi dalla tv. Le catastrofi successive che avevo temuto non sono accadute, almeno non fino al giorno di oggi, ma anche pronunciare questa frase mi fa venire la voglia di fare qualche gesto scaramantico. Non è solo superstizione, l’indomani è sempre un punto interrogativo e la storia ci insegna di non fidarci mai. Quelle immagini di quel giorno buio di otto anni fa sono stampate sulla mia mente con una nitidezza ed attenzione al dettaglio, come se le avessi appena viste e fossero attuali. Non riesco più a rivederle nonostante ogni tanto in tv cerchino di riproporle e parlarne come si trattasse di storia antica. Chi le ripropone è insensibile o soltanto incosciente? Non capiscono quanto sia sempre una ferita aperta per tutti quelli che hanno assistito a quelle scene, anche se solo dalla sicurezza del salotto di casa, come me? Quel giorno di fine estate segnò l’inizio di una paura nuova mai conosciuta prima. Non erano soltanto le torri a sbriciolarsi quel giorno, ma soprattutto le nostre sicurezze del mondo in cui viviamo. Helen Carruthers (Siena)

Ero a casa. Avevo la bellezza di trentanove anni fatti da poco. Ero sola con il mio primo bambino, che aveva appena otto mesi. Mi pare fosse ora di pranzo quando la notizia fu data in tv. Comunque il bambino dormiva ed io ero in cucina. La cucina della vecchia casa aveva come una finestrella che dava sul salone, e mentre lavoravo sbirciavo la tv.
Poco prima avevo sentito il mio ufficio, ero ancora in maternità, e mi ero arrabbiata non poco perché era la decima volta che mi chiamavano! Avevo appena riattaccato il telefono, mi giro verso i fornelli….quando sento la sigla dell’edizione straordinaria del tg (1? non ricordo..). Mi chiedo cosa sia successo, ma senza ovviamente prevedere una tale catasfrofe.. Un po’ distrattamente guardo. Beh…che dire, mi vengono i brividi solo nel ricordare. Ho negli occhi quelle immagini terribili…gli aerei…prima uno poi l’altro…
Non riuscivo a crederci… sembrava un telefilm. Non mi vergogno a dire che ho sentito le gambe cedere. Piano piano, con la lentezza di un bradipo, mi sono avvicinata allo schermo e mi sono seduta sul divano. Gli occhi sgranati, fissi su quell’orrore. La tv continuava a rimandare il momento degli schianti…ed ogni volta un brivido.
Ho pensato…è l’inizio della fine del mondo…ed ho pensato a mio figlio che dormiva, ignaro del mondo in cui sarebbe vissuto. Telefonai a mia madre, che comunque già stava guardando. Poi il mio compagno sul cellulare…non capiva, non credeva. Poi l’ufficio. Mi iniziarono subito a chiedere cose di lavoro ed io urlai…zitto!!! fammi parlare…ascolta… Dopo….silenzio. Tutto è cambiato quel giorno. Ma io non ho perso la fiducia, non fa parte della mia natura. Vera Castellucci (Roma)                                                                                                          

Il ricordo che ho di quel giorno è abbastanza nitido. Stavo a casa con i miei, con il trapano ad attaccare le nuove tende. Ricevetti una telefonata dalla mia compagna, che  mi diceva di accendere la tv; cosa che feci. La prima immagine che vidi è quella più famosa e cioè quella del boeing 767 (il primo) che si schianta sulla torre nord…sembrava un film americano di cassetta, ma così non era! Le tende sono rimaste semi appese per un bel pezzo… lo sgomento era veramente troppo. Andrea (Roma)

(…) Accade che la realta’ sia troppo complessa per la trasmissione orale. La leggenda la ricrea sotto una forma che le permette di percorrere il mondo (…) Orson Welles, Dracula, il radiodramma, 11 luglio 1938.

Il telefono. Rispondo al primo squillo. Mi sento sottovuoto, sottoterra, ufficio seminterrato solo le scarpe dei passanti, frammenti di caviglie tra un mocassino con nappine calzino corto e un tacco cinque. Solo io e l’inferno. Non riesco a capire cosa stia farfugliando la voce all’altro capo del telefono. Ho gli occhi incollati al video, ma la connessione analogica arranca per visualizzare la pagina. Lentamente, pixel a pixel, come un puzzle si compongono le torri squarciate, fiamme, corpi che si lanciano intermittenti dalle finestre. E’ un film, penso. Poi, chiudo gli occhi e deglutisco forte. Cristina Pasqua, Roma

Una cosa che non so fare, ricordare con precisione. L’11 settembre del 2001 ero per strada, dove andassi è vago, tra un impegno sociale e la ricerca di fondi. La notizia non mi è arrivata diretta, ho cominciato a sentire qualcosa, forse in autobus. Attentato, disastro, aereo, New York… forse attentato non era ancora detto, ma poi si, quando sono arrivato a un video, a un terminale per rivedere le immagini era già tutto montato. Perché l’impressione che ho avuto, è stata quelle dell’impossibilità, prima delle morti ho pensato: ci fregano. Ora ci fregano. L’idea che parlassimo di New York degli Usa, al di là del mare. Non ci era arrivato nessuno, neanche i russi! E che si potesse saltare così di scala, da far scoppiare un aereo a far scoppiare con un aereo! Geniale, terribile, folle, eroico. Senza lieto fine. L’aereo non è un proiettile, è pieno di gente. Il palazzo non è un bersaglio, contiene vita. Ma i due contenitori che si fronteggiano, che si avvicinano, si scontrano si compenetrano, ferocemente esplodono. Quelli sono assurdamente eccitanti. Ho provato angoscia e bramosia: chi si è buttato giù? Ho sempre cercato di vederli, senza riuscirci. Solamente il mese scorso mi sono reso conto che a veder volare dal 30° piano qualcuno “reale” mi si sarebbe solo stretto il cuore, ma all’epoca no, l’avevo messo tra gli “effetti speciali” di questa incredibile calamità. Lo confesso, il dolore per le vittime mi è arrivato a freddo, come se me l’avesse raccontato Bertolaso: contabilizzazioni da disaster manager. La rabbia c’era, ma tutta per quell’orrenda, spietata mistificazione; l’aver potuto fare o quanto meno lasciar fare, l’essersi approfittati di una follia per proteggerne una ancor più grande, quella del “pensiero unico”, della superpotenza egemone, dell’”o con me o contro di me”. L’11 settembre 2001 il potere ha vestito la democrazia da vittima per imporre, in suo nome, la sua negazione. Da quel punto di vista siamo ancora a ground zero. Claudio Tosi, Roma

L’11 settembre 2001… Non ricordo se la scuola era già iniziata o stava per iniziare, ad ogni modo ricordo che ero a casa, in attesa di alcuni amici che dovevano venirmi a trovare per studiare. Stavamo per iniziare la quinta superiore, anno che si sarebbe rivelato indimenticabile sotto tanti punti di vista. Ero in camera, la TV spenta, un CD su, e sento il mio babbo chiamarmi da fuori: mi affaccio alla finestra e lui mi dice “Accendi la TV, è cascato un aereo su un palazzo a NY!”. Metto Rai Uno: vedo fumo, sento le sirene, un gran casino… Non ci capisco nulla, ma la prima cosa che penso è: “Madonna che botta”. Sarò sincero, non ho realizzato subito cosa era accaduto. Suona il campanello, sono gli amici: mi allontano quindi dalla TV per accoglierli. Quando torniamo in camera le immagini erano sempre le stesse: fumo, sirene, lacrime. Ci mettiamo a ascoltare e le nostre facce da scherzose che erano si fanno maschere di cera, ammutoliamo. Piano piano realizziamo l’accaduto, ci rendiamo conto che sotto quelle macerie, tra quelle fiamme, ci sono persone che stanno morendo o che sono già morte. Il resto beh, è una presa di coscienza continua, che è maturata man mano che passavano i giorni. L’anno scorso, proprio per l’11 settembre, mi trovavo a NY per turismo. Qualche giorno prima delle commemorazioni sono stato al Ground Zero: non mi hanno toccato le macerie, non quelle travi a forma di croce e forgiate nelle fiamme, non il fatto che ancora, nove anni dopo, si era così indietro nelle ricostruzioni. Mi hanno colpito e fatto piangere gli orsetti e i messaggi lasciati dai bambini e dalle famiglie nella chiesetta lì vicino, mi ha commosso una serie di foto raffiguranti gli attimi poco prima e poco dopo l’impatto, raccolti in una sorta di memoriale posto a lato di questa chiesetta. Mi ha toccato nel profondo la forza di un popolo che si è dimostrato un corpo solo dopo un colpo così ferale cercando di rialzarsi subito… E mi hanno colpito e amareggiato i burattinai, che, ormai ne sono certo, hanno sacrificato tanta gente in nome di non so cosa. Se l’orgoglio e la fratellanza umana hanno una materializzazione, questa può essere trovata nel popolo newyorchese post 11 settembre. Federico Botti, Siena

Mi trovavo di fronte alla televisione e davvero non credevo ai miei occhi. Pensavo “ahò ma che sta’ a crollà il mondo? E’ tutto vero?” Augusto Calanca (Graffignano, Viterbo)

Mia suocera rientrava dalla Sardegna alla California in quel giorno con il volo parallelo da New York a s Francisco…..il gemello di quello che ha impattato sulla prima torre…….e per tutta la notte abbiamo aspettato di sapere se era in uno di quei maledetti aerei. Davide Fois, Terralba (Oristano)

Ally McBeal era il mio telefilm preferito. La protagonista rispecchiava molti dei miei pensieri sui rapporti umani, la sua immaginazione esagerata mi sembrava tanto simile alla mia, mi rispecchiavo nella sua emotività. Io a dire il vero sono sempre stata in sintonia con il genere. Il telefilm mi piace perché non finisce, perché sviluppa le vite di più personaggi, perché prolunga la tensione e la curiosità che un film condensa in un paio d’ore: mi piace tutto quello che si svela piano piano, pezzo per pezzo. Divento parte della storia, mi affeziono ad alcuni protagonisti, altri non li sopporto, spero che succeda una cosa e non un’altra. E così era con Ally. L’avvocato dal cuore fragile in uno studio legale eccentrico in cui nessuno poteva dirsi banale. Tutto ambientato a Boston e sempre al chiuso, studio legale, tribunale, il piano bar sotto l’ufficio, studio della psicanalista, casa di Ally. Le poche scene all’aperto mostravano i brevi tragitti tra un luogo e l’altro, generalmente con temperature polari e il vapore del respiro dei passanti. Le strade le ricordo come lunghe sequenze di mattoncini rossi e gradinate. Mi sono abituata a questi scenari una puntata dopo l’altra. Quand’era ora di Ally McBeal, io andavo per quasi un’ora a Boston. Ho temuto un brusco cambiamento di rotta nella sceneggiatura quando sono apparsi, in un caldo pomeriggio prima che iniziassi l’università, due grattacieli. La novità mi dava una strana sensazione di spiazzamento e disappunto, al punto che ho cambiato canale. Gli stessi grattacieli anche sul successivo, e su tutti quelli selezionati. Non sapevo, allora, che dieci anni dopo ancora avrei ricordato quel momento. Anzi è più vivido, dopo dieci anni di assurdità. Era l’undici settembre 2001 e nulla poteva turbarmi più del mio telefilm preferito interrotto. Lì ho imparato il peso delle cause di forza maggiore. E ho iniziato a perdere interesse per Ally. Marta Paragona, Manziana (Roma)

Altri ricordi, aggiunti nel 2021

Avevo vent’anni, ero a casa a Trieste e ho visto tutto in diretta tv. Ho chiamato subito un’unica persona, Nicola. Con lui (e altri ragazzi) nell’estate 1999 – quindi solo due estati prima – avevamo partecipato ad un programma estivo di studio nel New Jersey (homestay) che si era concluso con un viaggio tra Canada e Usa con un bus e le tende. Era il mio regalo di diciotto dalla famiglia. Dopo il viaggio ci siamo rivisti (abitava vicino Vicenza) e ci aggiornavamo scrivendoci delle lettere. È ancora oggi un mio carissimo amico e vive a Londra da anni. L’ho chiamato perché è con lui che avevo visto dal vivo le Torri gemelle poco tempo prima e in quel momento.. non c’erano più. Anna Pessato, Roma

11 settembre 2001​. Allora ​lavoravo part-time a Intercultura. Alle 14.30​, al momento dell’attacco​,​ ​sono con le mie figlie​,​ camminando verso Villa Pamphili​. ​Squilla il cellulare​, è Daniele che era in CGIL  e mi dice, “dove sei? accendi la TV , l’​A​merica è sotto attacco non si capisce nulla, Bush è sull’Air Force One, sta succedendo quello che non potevamo immaginare….”Di colpo mi rendo conto che c’è qualcosa di “strano” intorno a me. Attimi cristallizzati nella memoria. Sono davanti ad un meccanico a via Cavallotti, ha la TV accesa e vedo la seconda torre che crolla,  ci guardiamo tutti e due spaventati. Il cellulare squilla di nuovo​, amici, parenti poi i colleghi dell’ufficio…Niente Villa Pamphili ma a casa di amici accendiamo concitati la T​V e sbigottiti guardiamo​,​ cerchiamo di capire …ma cosa? non si capisce nulla!E’ tutto assurdo​,​ incomprensibile ….La sensazione di smarrimento, di incredulità di quei momenti è cristallizzata ed è riemersa anche ​tre anni fa quando sono andata con Bianca e Martina a New York​,​ a Ground Zero. Sono passati​ vent’anni ma è impossibile dimenticare. Tristezza infinita. Tiziana Fastella, Roma

Ero a casa della collega di studio dell’università. Il padre entrò in camera urlando “Stanno attaccando l’America!”. Lì per lì, conoscendo la sua natura burlona, pensavamo che scherzasse e che volesse solo interrompere per un momento la sessione di studio. Abbiamo sentito un’esclamazione della madre provenire dal salotto e abbiamo capito che qualcosa non andava. Quando siamo arrivate davanti alla tv il tempo si è fermato, l’aria si è fatta fredda. Nessuno riusciva a dire una parola.Quella sera avevamo in programma di uscire con amici, c’era una partita di Champion. Siamo usciti, abbbiamo cenato. Nel pub non si sentivano voci, in tv andava la partita, ma nessuno le prestava attenzione. Se si parlava, si parlava delle Torri. Un pezzo di Storia era finito, e lo stavamo toccando con mano. Alessandra Gargiulo, Napoli



[1] Sicuramente al pari (in quanto spartiacque) della caduta del muro di Berlino dell’89

[2] Siamo pur sempre nel 2001…

“Al di là dell’uscio” di Antonio Potenza

Blogorilla Sapiens

Ogni mattina si alza alle cinque, quando nel buio della casa si espande la fievole luce della cucina. Di spalle sembra un orso. Aspetta che la caffettiera fischi, poi va a bere il caffè sul cesso. Quando gli altri si svegliano non è già più a casa. Loro lo sanno. Anche adesso che non lavora reitera il suo rituale, ma è diverso: caffè, alba, cesso, diversi surrogati.
In verità, dovrebbe smetterla di farlo. Sarebbe più salutare dormire qualche ora in più, evitare gli sforzi e le stanchezze, anche i posti ventosi. O almeno così ha detto il dottore. Ma fuori, oltre l’uscio di casa, c’è la vita che scorre ancora frizzante. Alle sette del mattino sul litorale si possono vedere i pescatori sulla scogliera. Compra sempre tre paste alla crema mentre li saluta. Una volta tornato a casa dagli altri fa una seconda caffettiera giusto in tempo per il loro…

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e poi il venti luglio

Helsinki, casa museo di Gallen-Kallela, foto marco tosi

Una ventina di giorni fa camminavo con mio figlio, eravamo in vacanza. Lui a un certo punto mi dice una cosa che da quel giorno mi ronza in testa. Premetto che ha diciassette anni, è cioè in quel momento in cui l’uomo ha accumulato un certo livello di nozioni e conoscenze, ma non è ancora giunto a quella fase in cui proverà a metterle a frutto, concretamente. Da quel momento in poi il tempo per riflettere in astratto diminuirà e inizierà una fase nuova, quella della vita di relazione, quando la società ti chiede di rivestire un ruolo, studente, lavoratore, ecc. Con il suo realismo, le sue soddisfazioni e delusioni. 

Ma ora è in un momento creativo, fertilissimo e bellissimo, nel quale fa quello che i filosofi continuano a fare per tutta la vita: riflettere sulla Vita, non la sua, ma quella di tutti, di chi c’era prima e di chi verrà dopo, il suo senso, la sua assenza di senso. 

“Sai, stavo pensando… tu dici ho cinquantotto anni, io dico ne ho diciassette. Ma se invece dici “questo è il diciassettesimo 18 luglio che vivo, beh, fa un altro effetto…. cioè io oggi vivo il diciassettesimo 18 luglio della mia vita. Tu il tuo cinquantottesimo 18 luglio”. 

Rimango in silenzio. Certo, fa un altro effetto. Cosa ho fatto negli ultimi 18 luglio? Il 18 luglio di quando avevo otto anni, ero certamente in vacanza dagli zii in Puglia con la mia famiglia; il 18 luglio di quando avevo la sua età, ero in giro per l’Italia in autostop, immagino. L’astrattezza di un concetto come cinquantotto anni evapora, sostituito dalla concretezza di poter dire: “domani mi sveglio e vivo il mio cinquantottesimo 19 luglio”. Non è un’idea astratta, è un fatto. Sarà il 19 luglio 2021, e sarà irripetibile, unico. Quante volte ho letto quei motti retorici, “vivi ogni giorno come fosse l’ultimo”, “vivi l’oggi come un dono, per questo si chiama presente”, ecc. D’accordo, me li ricordo, ma mi hanno sempre irritato, roba da fogliettini dei baci perugina. Questa visione mi sembra diversa, maledettamente concreta. 

“Hai proprio ragione, fa un altro effetto” – gli sorrido – “sei un filosofo, lo sai?

Sorride. Continuiamo a camminare e a parlare. 

Greta de Haartman, una voce salvata dall’oblio — La Rondine Finlandia

Tra il 1928 e il 1929, la cantante finlandese Greta de Haartman si esibisce a Parigi e in molte città francesi. Le sue esibizioni suscitano l’interesse della casa discografica francese Pathé, che propone all’artista di registrare alcune canzoni tradizionali finlandesi presso lo studio Archives de la Parole.  Queste registrazioni non saranno mai pubblicate da Pathé,…

Greta de Haartman, una voce salvata dall’oblio — La Rondine Finlandia

5 luglio 1982

E’ difficile descrivere l’emozione di una partita così, vista in diretta. Ricordo solo una eccitazione enorme, pari all’incredulità. Il Brasile era il calcio. Non era possibile batterlo, tutt’al più si poteva sperare di uscirne con dignità.

Eravamo una decina di adolescenti, quasi tutti della stessa classe del Liceo Nomentano, a casa di Roberta, quartiere Talenti, nel caldo romano di inizio Luglio. Lei e le sue amiche si scioglievano ad ogni inquadratura di Socrates, Zico, Falcao, ma soprattutto di Eder. Eder le faceva impazzire. 

I miei amici ed io invece avevamo occhi solo per Bruno Conti e Paulo Roberto Falcao, giocatori della Roma che magicamente vedevamo combattere con maglie differenti. La partita cominciò a sorprenderci al 5° minuto, quando segnò il piccolo Paolo Rossi di testa, ma tutto rientrò nella logica delle cose al pareggio di Socrates, sette minuti dopo. I Brasiliani però non chiudevano la partita, come tutti ci aspettavamo. E poi Rossi segnò nuovamente, e l’Italia cominciò ad alzare un muro a difesa di quell’eresia. Un muro composto dalle gambe e dalle teste coriacee di Oriali, Gentile, Cabrini, Scirea e di uno Zoff in stato di grazia.

Quando vedemmo le due squadre andare negli spogliatoi con l’Italia in vantaggio non riuscimmo neanche a commentare. Il Brasile ci mise più di venti minuti del secondo tempo per pareggiare, con Falcao. Poi, dopo solo sei minuti, il terzo gol di Rossi riportò l’Italia in vantaggio. La cronaca dei successivi venti minuti fu quella di un assedio disperato, un assalto all’arma bianca, il tripudio assoluto di Zoff che salvò il risultato sulla linea di porta, al 90°.

Un minuto dopo il quartiere letteralmente deflagrò.

I balconi dei palazzi stipati di persone urlanti, le strade percorse da cortei spontanei, un coro di clacson, mille tricolori al vento apparvero dal nulla. Alcuni di noi ne approfittarono, più o meno consapevolmente, per buttarsi a corpo morto sulle compagne di classe. Fermamente respinti, scivolando su un fiume di adrenalina scendemmo in strada, dove sconosciuti si abbracciavano e altri urlavano: “tutti a Piazza Venezia, tutti a Piazza Venezia!”

Ci guardammo e senza neanche parlare ci unimmo a quella massa cieca. Incuranti della distanza ci dirigemmo compatti verso il fulcro della città, che ben altre adunate oceaniche aveva dovuto subire in un passato tutto sommato vicino. Via Nomentana era letteralmente intasata di automobili straboccanti di tifosi. Avevamo tutti la stessa faccia. Non credo di aver visto nessuna macchina con meno di sei-sette persone a bordo. Le Fiat 500, comunissime allora, sembravano bomboniere stracolme di corpi, per lo più malamente estroflessi attraverso l’apertura delle loro piccole capote.

Superata Porta Pia, col basamento del Bersagliere presidiato da truppe tricolori di sbandieratori,  salutati con sincero affetto e da un coro strozzato di clacson da ogni macchina di passaggio, giungemmo a Piazza Venezia. Un immenso tappeto umano, da Via dei Fori Imperiali a Via del Corso, dal Campidoglio a Via Cesare Battisti.

La folla non ragiona, forse per questo si chiama così, e la stessa radice latina di folle è follis, “pallone vuoto”.  Famiglie intere, ragazzi e ragazze ondeggiavano avanti e indietro, sciamando fuori e dentro da quel cerchio, osservati in silenzio e con comprensibile fastidio dai due soldati di guardia alla tomba del Milite Ignoto, alla base dell’Altare della Patria. Le ore passarono, registrando nuovi arrivi da tutta Roma, in un ricambio continuo di persone. Incontrammo facce note del quartiere, ragazzi conosciuti come fasci e altri come compagni, le rispettive ideologie pacificate da quell’evento e comunque già in pausa estiva.

Verso l’alba l’età media si abbassò drasticamente, lasciando sul terreno una massa per lo più orizzontale, sdraiata ovunque sull’erba dell’aiuola centrale e sui sampietrini della piazza. Mi sembrò fosse scesa una relativa pace, quando qualcuno concentrò le sue energie cerebrali è urlò: “ahò, sò ‘sciti i giornali, so ‘sciti i giornali, annamo a Via Veneto a prende i giornali!”

Ci intruppammo naturalmente nel nuovo corteo, che risalì via del Tritone e giunse rapidamente a Piazza Barberini. All’angolo di Via Veneto addetti del Corriere dello Sport distribuivano gratis le prime copie, fresche di stampa. Dopo tante ore passate a festeggiare l’incredibile, senza alcun riscontro esterno se non quello delle poche radioline portatili, la prima pagina del Corriere ci diceva chiaro e tondo che era tutto vero.

Il titolo era semplice, diretto, e condensava in una frase lo stupore di quella giornata e la sensazione, quasi il timore di aver infranto un tabù: “3-2, IL BRASILE SIAMO NOI”.

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Esa-Pekka Salonen

Ho un ricordo preciso anche se non particolarmente brillante legato a Esa-Pekka Salonen.

Una decina d’anni fa mi trovavo nel museo Kiasma, a Helsinki. Bighellonavo solitario, senza un programma, facendomi guidare solo dalla curiosità, dal bianco abbacinante di sale, scale e corridoi, unico condizionamento attivo la presenza all’ingresso di ogni sala di giovani hostess in divisa. Su una porta un annuncio in finlandese riportava poche frasi, che naturalmente non compresi. Tra queste però spiccava il nome di Salonen, che conoscevo e apprezzavo, e un orario. Pensai, non so perché, si trattasse di un video di un suo concerto, aprii la porta ed entrai. L’idea di sedermi e assistere a un suo concerto era, in quel momento, l’ideale.

Ci volle un attimo per comprendere il guaio in cui mi ero cacciato. Esa-Pekka erà lì, a pochi metri, parlava con trasporto da dietro una scrivania. Di fronte a lui non più di quindici persone, sedute. Si voltarono tutti a guardarmi, senza smettere di ascoltare con interesse e prendere appunti. Un fotografo faceva il suo lavoro. Una donna, bionda, occhi azzurri, mi sorrise e mi fece cenno di sedermi. Mi schiacciai invece addosso alla più vicina parete nel più profondo imbarazzo. Una hostess allora mi raggiunse e sorridendo mi porse un calice di spumante ed un neekerinpusu**. 

Poi mi chiese sottovoce cognome e testata giornalistica. Sfoderai un sorriso ebete e addentai il neekerin. La ragazza tornò al suo posto. Mi voltai lentamente verso la porta, era presidiata da un addetto a qualcosa, appoggiato ad essa. Forse era proprio quello il suo ruolo. La conferenza stampa intanto procedeva; i giornalisti ponevano le loro domande e Esa-Pekka rispondeva; un dialogo fitto ma nel consueto tono finlandese, assimilabile in termini italiani ad una recita del rosario. Apparecchiai uno sguardo interessato , pregando che nessuno mi chiedesse “cosa ne pensa?”. Poi avvertii una presenza accanto a me: una coppia di turisti, apparentemente spagnoli, assisteva in piedi, anch’essa schiacciata contro la parete bianca. Si voltarono a guardarmi e accennarono un piccolo sorriso. Mi specchiai in loro e loro in me, non ho dubbi. Dopo altri interminabili venti minuti la conferenza finì, senza il minimo preavviso. Fedeli allo stile locale, in pochi secondi erano tutti fuori, lasciando alle loro spalle una sala pulita e ordinata, come nuova, salutandosi senza convenevoli. La coppia di turisti uscì barcollando, stremata, come lo ero io.

** Letteralmente, il bacio del negretto. Il nome del dolce è stato recentemente sostituito con “Brunbergin pusu” perché considerato troppo poco politically correct. Ma tutti lo chiamano ancora nel vecchio modo.

Da Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Esa-Pekka_Salonen

MUSEO KIASMA, Helsinki

Nove giugno 1937

La piccola Anna[1] faceva fatica a prendere sonno, la notte dell’otto giugno. Sotto le coperte, pensava con trepidazione al mattino seguente, ai regali, alla torta, agli auguri.

Nove giugno 1937, una data importante. Dieci anni. Finalmente due numeri! Da quel momento sarebbe stato sempre così, per tutta la vita, pensò.  I suoi fratelli dormivano già, lei cercava di immaginare cosa avrebbe cucinato sua mamma di speciale. Sicuramente, nonostante le inique sanzioni che le nazioni nemiche imponevano alla Patria, Papà avrebbe saputo procurare qualcosa di speciale, come sempre.

Nello dormiva già, ancora stanco del viaggio. Carlo lo osservò, pensieroso. Forse era stato un errore farsi raggiungere in Normandia. Bagnoles de l’Orne era un piccolo villaggio, solo duemila anime. Se un italiano si faceva notare, due italiani, per giunta fratelli, si notavano ancora di più, nella loro solitudine. Cosa facevano lì? Chi erano? Si, certo, le cure termali. Ma a parte la frequentazione delle terme e qualche passeggiata lungo l’Orne, erano soli. Leggevano, scrivevano. Talvolta ricevevano visite. Uomini. Raramente Francesi, per lo più Italiani. Le voci in paese circolavano, confuse e contrastanti fra loro, ma una cosa la sapevano tutti, che in Italia no, non ci potevano tornare. Rosselli era un cognome scomodo, oltre confine. A tornare a casa rischiavano la vita.

La mattina del nove giugno Anna si svegliò tutta pimpante. Mamma le aveva preparato una colazione più ricca del solito, i fratelli le avevano fatto gli auguri. Papà era già fuori, a caccia di sorprese. Dieci anni. A scuola le avevano insegnato che una brava Italiana sapeva festeggiare in modo sobrio, troppo cibo e regali costosi erano segno di decadenza, come erano decadenti le molli nazioni plutocratiche ostili alla Patria. Anna aveva imparato a disprezzarle, tanto quanto amava il suo Duce. Oh se avesse potuto vederlo di persona, anche solo per un attimo! Sicuramente le sarebbe apparso bello come lo era sui libri di scuola, forte e gagliardo, come la sua voce, che ascoltava dalla radio di Papà, ogni tanto.

Carlo si svegliò per primo e preparo il caffè, forte come piaceva a Nello. Una volta vestiti, decisero di comprare il giornale e fare due passi lungo il fiume. Che senso di frustrazione, sentirsi soli, isolati, sradicati, inutili. A Parigi era diverso, sentiva che lì poteva ancora dare il suo contributo, nonostante la situazione, sempre più difficile, di giorno in giorno. Molti compagni socialisti e liberali erano in galera o al confino oppure lontani, in fuga, nascosti anche loro. Le notizie dalla Spagna, dalla Germania, dall’Italia erano agghiaccianti. Il fascismo, creatura tutta Italiana, aveva attecchito e preso bene. D’altra parte anche in Francia non c’era da stare tranquilli, l’Ovra stava facendo terra bruciata anche lì, come aveva fatto in Spagna, tramite i camerati francesi della Cagoule. Già grande ammiratore della concretezza dei compagni laburisti inglesi, Carlo ormai confidava solamente nella vecchia democrazia liberale d’oltre manica, nella sua antica capacità di reazione. Ad est non vedeva grandi speranze.

Immerso in questi pensieri, gli occhi fissi da minuti sullo stesso titolo, notò appena, oltre il limite cartaceo della prima pagina, alcuni uomini vestiti di nero avvicinarsi a Nello, anche lui intento a leggere. “Monsieur Rosselli?” Il fratello si voltò, una lama di coltello, poi due spari, secchi.

Carlo lo vide cadere, poi i cagolaurds si volsero verso di lui, un bruciore al collo, un tonfo forte proprio accanto alle orecchie, l’odore della terra, mischiata al sangue di Nello, poi il cielo azzurro di Normandia, le nuvole bianche, poi nulla più.

………………….

1938, Anno XVI dell’Era Fascista.

La primavera di Roma era esplosa, anche quell’anno. Gli alberi pieni di fiori, i prati verdi, l’aria tiepida, il sole, i profumi di fine Aprile. Anna, Bianca e i fratelli ne godevano il più possibile, andando a scuola, tornando a casa, passeggiando il pomeriggio nei grandi prati che circondavano Piazza Bologna. Amavano la loro periferia, così verde e tranquilla, ma erano ansiose di poter frequentare il centro della città: chi ne tornava raccontava entusiasta di addobbi fastosi, labari, tripodi, braceri, aquile e insegne romane. Roma era impazzita di gioia, di colori, percorsa da una irresistibile eccitazione. Si diceva che anche Firenze e Napoli fossero state addobbate a festa, ma mai quanto Roma. Papà le aveva portate a Piazza Esedra, ma non oltre.

Via dei Trionfi era chiusa per ragioni di sicurezza. Avevano però potuto vedere le fontane illuminate, l’acqua tricolore! Uno spettacolo indimenticabile. Anna non capiva bene cosa stesse accadendo, sapeva solo che stava per avvenire un fatto importante, che tutti erano felici, che il Duce era felice e orgoglioso del suo popolo.

La città era pronta. Attraversando un’Italia in piedi, il 3 Maggio il treno di Hitler giungeva a Roma.

La festa aveva inizio.

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.

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[1] Anna è la madre dell’autore

Questo racconto è stato pubblicato nella sezione bibliografia della sezione Carlo Rosselli (18 novembre 2009) del Circolo Carlo Rosselli di Milano.

…..

PER APPROFONDIRE:

CIRCOLO ROSSELLI di Milano

e

Bella intervista a Silvia Rosselli, figlia di Nello.

Kimmo Kettunen, lo chef finlandese all’Ambasciata di Roma

Una delle attività di punta dell’Associazione dei finlandesi di Roma (Rooman Suomi-Seura) sono gli incontri di Juttutupa Roomassa, un’esperienza giunta ormai al quarto anno di vita. I temi di volta in volta trattati sono generalmente proposti dai soci stessi, a volte suggeriti dall’addetto culturale dell’Ambasciata; in questo modo Juttutupa è entrata a far parte della socialità dei Finlandesi…

Kimmo Kettunen, lo chef finlandese all’Ambasciata di Roma

24 Maggio

Ogni 24 maggio viene ricordata l’entrata in guerra dell’Italia, appunto il 24 maggio del 1915. Guardando le immagini delle celebrazioni ufficiali, delle corone deposte sui mille monumenti ai caduti, ovunque in Italia, forse l’unico dato certo, l’unico monumento che troviamo davvero dappertutto… mi tornano sempre in mente due cose, una poesia e un libro. 

Il libro è “Terra matta”, autobiografia di Vincenzo Rabito, di Chiaramonte Gulfi, ottomila anime in provincia di Ragusa. Pochi libri mi hanno trasmesso in modo così chiaro e immediato cosa poteva significare essere un italiano povero in quegli anni, dalle guerre coloniali in Africa al fascismo, passando per la “Grande Guerra”, com’era chiamata allora, prima che la seconda si concludesse.

E la storia di come il libro stesso prende forma e nasce è altrettanto emozionante. Il racconto della vita di un uomo come tantissimi e allo stesso tempo un uomo assolutamente unico e eccezionale: Rabito è semianalfabeta; è famoso in famiglia per la sua capacità di raccontare: raccontare storie della Guerra, dell’Africa, della sua vita in Germania. Uno dei figli scrive poesie e racconti e pubblica un volume di poesie, di cui il padre è molto orgoglioso; quando un giorno si trasferisce a Bologna per frequentare l’Università, lascia a casa la sua Olivetti. Allora il padre si chiude in camera e con la macchina da scrivere del figlio comincia a raccontare, non più a voce, ma su carta, e non si ferma più.

1027 pagine, scritte in una lingua personale, a metà fra il dialetto e l’italiano, col minimo di interlinea, senza margini, e con un punto e virgola tra una parola e l’altra. Scrive per i figli e i familiari, perché sente che quello che ha vissuto va raccontato. Sarà proprio il figlio che nel 1999 invierà tutto all’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, dove si rendono subito conto del valore dell’opera.

La Poesia è del giovane Giuseppe Ungaretti; al fronte durante la Prima Guerra, sopravvive intellettualmente in trincea scrivendo per il giornale per soldati “Sempre Avanti”; ma questa la scrive in licenza a Napoli. E’ il 26 dicembre del 1916; un giovane di 28 anni a casa per Natale, aspettando di tornare al fronte. La città brulica di vita ma lui è già morto dentro.

“Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade

Ho tanta stanchezza sulle spalle

Lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata

Qui non si sente altro che il caldo buono

Sto con le quattro capriole di fumo del focolare”

Giuseppe Ungaretti al fronte

…………………….

Per approfondire:

Come è nato Terra Matta

Film su Terra Matta (2012)

Terra Matta – wikipedia

Archivio Diaristico Pieve Santo Stefano

Marco

Marco Pannella, Teramo, 2 maggio 1930 – Roma,19 maggio 2016

Ho conosciuto Marco Pannella nel 1979; avevo sedici anni e le esperienze che ho vissuto a Via di Torre Argentina 18 in quel periodo sono rimaste come marchiate a fuoco. Conservo delle immagini forti: piccoli (direi microscopici) cortei antimilitaristi a Piazza Navona guidati da Roberto Cicciomessere, imbavagliamenti, occupazioni nonviolente di aule di tribunale militare con Francesco Rutelli, con i carabinieri che ci facevano “peffavore signurì, iatavenne”, la Marcia antimilitarista dell’agosto ‘79, lunghe ore in pullman attraverso l’Europa (da Roma a Metz, poi in Olanda e poi Colonia, Hannover, infine Berlino) con Adele Faccio, periodiche riunioni della LSD (Lega Socialista per il Disarmo) presso la sede socialista di Via Clementina, prestata da Franco Bassanini, i tavoli per i referendum, circondati spesso da “cordoni sanitari” dei compagni del PCI, che non facevano avvicinare nessuno.

Ricordo una notte al centralino di Teleroma56, quando gli studi erano a Villa Ragno, in via Nomentana 134, durante un infinito filodiretto pre-elettorale di Marco. Io e un altro compagno, anche lui si chiama Marco, passavamo le chiamate da tutta Italia a Pannella, che scorgevamo a fatica dietro una coltre di fumo originata dalle mille sigarette che fumava. E ricordo bene il caffè che l’indomani mattina Marco offrì a noi due al baretto di fronte. Tornati dentro la sede della tv, qualcuno portò un grande vassoio di supplì e altre cibarie (nei miei ricordi è Gianluigi Melega, ma non ne sono certo) e ci sedemmo tutti intorno a un lungo tavolo, ad aspettare di conoscere i dati di affluenza alle urne. Ricordo che Marco scelse di sedersi accanto a noi due giovani “centralinisti” e continuò a parlarci con la sua voce nasale, a rotta di collo, del fatto che ci chiamavamo tutti e tre Marco, e che quella notte si era verificata una bella coincidenza, e che il suo vero nome era poi Giacinto, ma non gli piaceva, e mille altre cose, come fossimo vecchi amici, un fiume in piena che si fuse nel rumore di fondo delle altre conversazioni che si incrociavano attorno a quel tavolo… in disparte, seduta di fronte ad un monitor sul quale affluivano i dati relativi ai votanti, Emma Bonino, silenziosa, concentrata e assorta. 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante muro di mattoni e attività all'aperto
Villa Ragno, Via Nomentana, foto Marco Tosi, maggio 2021

Erano anni nei quali con Sabina Guzzanti, Aurelio Aversa, Marco e Carlo D’Aloisio, al numero 18 di Torre Argentina mi sentivo di casa, spesso più che a casa mia. L’atmosfera era accogliente e vitale. Inconsapevolmente mi sentivo parte di un insieme più grande e composto da persone più grandi d’età, chi più chi meno: Stanzani, Bernardini, Mellini, Spadaccia, Tescari, Filippini, Terzuoli, Rutelli, Dentamaro, Arconti e altri di cui non ricordo il nome ma il viso. 

Ricordo che compresi veramente dove mi trovavo e il ruolo del Partito Radicale in quegli anni quando un giorno, mentre ero seduto a terra a (indovina un pò) scrivere un cartello da uomo sandwich, entrò una giovane donna, titubante e timorosa, circondata da tre amiche; mi vide e sussurrò: “ho bisogno d’aiuto, dovrei… si’ insomma, hai capito?” Di fronte al mio sguardo interrogativo arrossì e aggiunse: “devo farlo, potete aiutarmi?” indicandosi la pancia. La accompagnai allora dalla militante più adulta che trovai, e lei si mise a sua disposizione. Da dove veniva quella ragazza? Di fronte al suo problema, non era andata in ospedale, o alla più vicina sezione del PCI, luoghi dove l’avrebbero mandata via; aveva preso le pagine gialle, aveva trovato la sede del PR e lì aveva trovato qualcuno che l’aiutasse. 

Ricordo i compagni del FUORI (Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionario Italiano) danzare intorno ad un imbarazzato Valerio Zanone mentre parlava a uno dei nostri congressi brandendo cartelli con scritte di questo tenore “Valerio, dove sono le tue frocie?”, e sempre in un congresso, a Genova, nell’autunno del 79, Cavallo Pazzo, al secolo Mario Appignani, che assurdamente mi proponeva di spogliarmi con Sabina Guzzanti, con la quale ero venuto al Congresso: “dai dai, spogliatevi, svelti, che c’è la  RAI!, baciatevi, dai, che facciamo notizia!” 

Bastano pochi esempi (folcloristici e sostanziali) per farmi capire quanto oggi sia cambiato il contesto… nuove sfide si sono aperte, nuovi scenari politici e sociali. E nei differenti scenari Marco c’è sempre stato, con i suoi errori, i suoi successi, i suoi orti e i suoi ghetti, e la sua straboccante umanità.