Okbai

Ho conosciuto Okbai nel 1976. Avevo circa quattordici anni e fu, a pensarci bene, il mio primo contatto diretto con qualcuno che provenisse da un Paese africano. Era scappato dall’Eritrea, di più non sapevo. Mio zio Fabrizio l’aveva preso a lavorare con lui, come custode, operaio, guardiano, tuttofare. Era giovane e pieno di energia. Viveva nell’officina di mio zio, o meglio in una casetta subito adiacente alla “Fabrizio Tosi gruppi elettrogeni”,  un grande capannone su via Melbourne, una traversa di Via della Bufalotta, a Roma. Ci sono tornato qualche mese fa a via Melbourne. La strada ora è asfaltata, c’è una pizzeria e tante case, non sembra più periferia estrema. Allora mio zio e Okbai piantavano i chiodi nella strada, per rinforzarla, una pratica che non ho mai capito, ma loro sembravano molto convinti.

Ho conosciuto meglio Okbai dieci anni dopo. Stavo aspettando di partire per il servizio militare e avevo chiesto a mio zio di farmi lavorare per qualche mese. Ora lo vedevo tutti i giorni. Era più maturo, un uomo taciturno, grande lavoratore, capace di lunghi silenzi e pochi sorrisi, ma spesso al momento giusto. Aveva migliorato la sua sistemazione, aveva tolto i manifesti politici e le bandiere dalle pareti. Viveva con la sua compagna ora, e due bambini bellissimi. Mi colpiva il rispetto che mio zio mostrava nei suoi confronti;  era il padrone, aveva cinque operai al suo servizio, ma Okbai era il padrone di casa. Un giorno chiesi a mio zio di poter sistemare un paio di arnie in fondo al terreno che circondava il capannone; mi ero appassionato all’apicoltura, avevo già cinque arnie in campagna, ma cercavo un posto più vicino a casa. Mi rispose “chiedi a Okbai. Se dice di sì, per me va bene”.  Okbai non mi disse di no, mi disse che doveva pensarci, mi avrebbe fatto sapere. Lasciai perdere.

Qualche anno dopo decisi di provare la cucina eritrea, entrai nell’Hostaria Africa di via Gaeta. Tutti i tavoli erano occupati da Eritrei; feci per andare via e dissi che sarei tornato un altro giorno, ma il proprietario mi fermò tenendomi un braccio e fece un cenno ad un tavolo. Quattro signori si alzarono e mi fecero accomodare. Non avevo mai mangiato con le mani, mi piacque tutto moltissimo. Ci tornai altre volte, in un paio di occasioni festeggiai  il mio compleanno, in altre due occasioni ci portai i volontari di Intercultura, l’organizzazione dove avevo iniziato a lavorare.  E qui mi torna in mente un altro compleanno, stavolta al ristorante Eritreo di viale Ippocrate. Allora a casa mia c’era l’usanza che i festeggiati potevano decidere il menù del pranzo a casa oppure al ristorante. E così accadde che andai a mangiare in un ristorante Eritreo con mio padre. Giorgio era del 1924, qualche anno di più del cugino Fabrizio. Educazione fascista, Romano ma residente a Milano con la famiglia, partito volontario in guerra con l’esercito di Salò, una scelta normale per qualcuno nato due anni dopo l’avvento del fascismo. Un vero prodotto della scuola e della propaganda del ventennio.  Tornato a Roma dopo la guerra, venne assunto come ingegnere in ATAC, dove lavorò per più di trentacinque anni, e dove prese, appena pensionato, la tessera del Partito Comunista. Per farlo, scelse la cellula PCI di Tor Sapienza, rimessa ATAC da lui progettata e realizzata.

Mio padre non riusciva a parlare col cameriere, fissava il tavolo. Ne ero divertito e allo stesso tempo la cosa mi imbarazzava molto. Il cameriere mi guardava, percepiva il mio imbarazzo, e attendeva. Sussurrai a mio padre: – devi dirgli cosa prendi…”. Lui mi guardò e mi sussurrò a sua volta prendo questo e questo, io lo ripetei al cameriere. Lui mi sorrise e chiese – il signore gradisce piccante o non piccante? – Senza neanche guardare Giorgio risposi per lui – non piccante -. Continuammo così per un paio di minuti.  Il cameriere appuntò tutto su un blocchetto e sparì in cucina. Mio padre si rilassò, mi sembrò sfinito.  Pochi minuti dopo il cameriere tornò con le posate e mi chiese: “forse il signore preferisce le posate?”  Che gentilezza. Guardai mio padre che annuì, fissando la tovaglia.

Due cugini, cresciuti negli stessi anni, fascismo e guerra. Uno aveva un rapporto quotidiano con un Eritreo, Okbai, su un piano molto chiaro. Padrone e dipendente. Con rispetto reciproco. L’altro non riusciva a parlare con il cameriere, e neanche a guardarlo. Sentivo che soffriva per questo. Una parte di lui, la più matura, avrebbe voluto parlare, riconoscere quell’uomo col taccuino come un interlocutore, nella chiarezza dei rispettivi ruoli; questa parte però ne incontrava un’altra, quella dei primi vent’anni, e queste due parti entravano in conflitto, e il conflitto andava in stallo. Sapevo che si trovava lì solo perché era il mio compleanno, e che non vedeva l’ora di tornare a casa. Era quello il suo regalo.

Marco

mio padre, Giorgio.

What’s in your head

Qualche giorno fa ho riascoltato una delle canzoni che più amo dei Beatles. Questo è stato di fatto il primo passo di un percorso più lungo e interessante, a dimostrazione – se ce ne fosse bisogno – di come tante cose siano legate fra loro, a volerlo vedere. “While my guitar gently weeps” è stata scritta e musicata da George Harrison, nel 1968. Dopo averla riascoltata più volte ne ho trovata, su youtube, una versione diversa, molto bella. E’ inserita nella colonna sonora di Love del Cirque de Soleil del 2006.

Si può sentire Harrison che canta e si accompagna con la chitarra acustica, sulla base di un tappeto d’archi. Mi incuriosisco, vado a leggermi la storia della canzone su un volume sui Beatles che ho a casa, a cura di Franco Zanetti (Giunti 2012). Harrison ha faticato a far accettare a Paul e John il suo pezzo, o meglio, a realizzarlo proprio come lui desiderava. Dopo varie prove e registrazioni, negli studi di Abbey Road, non è convinto. Sente che Paul e John non si stanno impegnando, non ci credono davvero. Chiede al suo grande amico Eric Clapton di unirsi al gruppo, sente che con lui le cose miglioreranno. Gli altri membri del gruppo accettano e la versione migliora.

George Harrison e Eric Clapton

George ha la netta sensazione che Paul e John ora si impegnano di più, stimolati dalla presenza di Clapton; è soddisfatto, e il pezzo viene pubblicato.

Sarà solo trentotto anni dopo che George Martin chiederà a Paul, Ringo, Yoko Ono e Olivia Harrison di utilizzare una delle tante registrazioni della canzone (25 luglio 1968) per la colonna sonora di Love.

Continuo a leggere; mi incuriosisce sempre tantissimo capire la genesi delle opere d’arte. George comincia a scrivere il testo in treno, andando a trovare i genitori. Ha venticinque anni e in quel periodo si è appassionato al libro cinese de I Ching, il libro dei Mutamenti.

Scrive nell’autobiografia “I Me Mine”: “(…) avevo per le mani una copia de I Ching, il libro cinese dei Mutamenti, che a mio avviso è fondato sul concetto orientale secondo il quale ogni cosa è in correlazione con ogni altra cosa, contrapposto al concetto occidentale secondo il quale le cose hanno una natura meramente casuale. Avevo in mente questo pensiero quando andai a trovare i miei genitori su al Nord. Decisi così di scrivere una canzone ispirandomi alla prima cosa che avessi letto aprendo a caso un libro qualsiasi, dato che sarebbe stata correlata a quel momento e a quel periodo. Presi in mano un libro a caso, lo aprii, lessi “gently weeps”, chiusi il libro, lo rimisi a posto e cominciai a scrivere la canzone”.

Mi incuriosisco nuovamente. Dove abitavano i genitori, al Nord? Trovo che quel giorno Harrison è diretto a Warrington, nel Cheshire. Cerco su internet una descrizione di Warrington, e mi appaiono subito le immagini di due bambini. Sono morti, è evidente. Cerco di approfondire e scopro una vicenda del 1993 che allora mi sfuggì, forse semplicemente si perse nel rumore di fondo.

Tim Parry ha dodici anni, Johnathan Ball ne ha tre. Il 20 marzo a Warrington Street scoppiano due bombe. Tim e Johnathan muiono all’istante, decine di altre persone vengono ferite. Le due bombe sono state nascoste dall’IRA in un paio di cestini dell’immondizia, in Bridge street, una strada molto frequentata, piena di negozi.

I genitori di Tim e Johnathan reagiscono, come spesso sono capaci di fare i genitori. Non subito. Socializzano il loro dolore fondando, nel 1995, il “Tim Parry Johnathan Ball Foundation for Peace”.

Continuo a leggere e scopro che qualcun altro ha reagito, a modo suo. Sono i Cranberries, che nel settembre del 1994 pubblicano Zombie, una canzone che ho sempre amato tantissimo. Dolores O’Riordan, la leader del gruppo, sente il bisogno di protestare contro l’attentato di Warrington e scrive il pezzo, dedicandolo a Tim e Johnathan.

Dolores O’Riordan

Da oggi per me While my guitar gently weeps sarà sempre legata a Zombie: due canzoni bellissime, la prima scritta su un treno diretto a Warrington, un figlio che va a trovare i genitori, l’altra scritta per urlare la rabbia per qualcosa che a Warrington non doveva accadere e che ha lasciato una comunità distrutta e quattro genitori più soli.

Marco, gennaio 2021

In volo

Oggi il quadrato della finestra si è allargato improvvisamente; sono uscita, finalmente.
Proprio quando è successo ho fatto fatica a crederlo. Ma dovevo crederlo, perché gli odori erano improvvisamente tanti e diversi, e a volte sentivo freddo o caldo sulla pelle.
E poi le voci dei bambini, gli strilli, e gli spintoni che mi hanno dato, senza accorgersene. Una bambina si deve essere nascosta sotto la mia sdraio, forse giocando a nascondino. Sentivo il suo ansimare leggero, a un passo da me. Pochi minuti, poi è corsa via.
I medici li ho sentiti parlare, questo sì: portiamola fuori, tanto ormai… finalmente è uscito il sole, almeno lo sente, dovrebbe percepirlo. Il profumo dei fiori, mi hanno messa sotto il ciliegio, il profumo quasi mi stordiva.
Un pensiero gentile.
E poi non lo so, mi sono addormentata nuovamente. Ma questa volta era diverso. Nei sogni vedevo e invece stavolta non vedevo nulla, tutto buio. Ho avuto un po’ paura, ho sentito come qualcosa che si rompeva, come un cristallo.
E poi ho iniziato a volare, ma in tondo, non ero capace. Poi in mezzo ai rami, fra le foglie verdi, fra i fiori, anzi, nei fiori. Ho sbattuto qua e là, poi mi sono stabilizzata. Aggrappata a un petalo. Ho guardato in basso e ho visto i bambini, la sdraio, i camici bianchi che parlottavano, sereni, intorno a me; nulla di imprevisto, in fondo. E poi mi hanno portata via, sono scesa a curiosare, mi sono posata un attimo sul mio naso, ma un attimo solo, un camice mi ha allontanato, allora di nuovo su, sul ciliegio, tra le foglie verdi, i fiori bianchi, il muschio sui rami, il vento caldo, la corteccia liscia. La primavera, ho pensato, è scoppiata davvero, ma non l’ho proprio pensato, l’ho sentito, vissuto, l’ho ronzato, ero io la primavera, ero felice, mi sono resa conto che vedevo nuovamente, mi sono fermata un attimo a osservarmi le zampine, piene di polline, e le ali, questa non me l’aspettavo ho pensato, sono scesa tra i bambini, a volo radente sulle margherite, un esercito bianco e giallo, tra i rami storti del glicine, sui gerani del balcone. Il mio balcone, i miei gerani rossi, finalmente li vedo, mica male, ero brava, sono brava, sono felice, felice, felice.
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(ventidue maggio duemilaquattordici)

Raskasta Joulua… ancora due parole sul Natale in Finlandia

Frequento la Finlandia da vent’anni, e non sono ancora certo di averla capita. Le due culture, è inutile dirselo, sono lontane e differenti da tanti punti di vista, e la diversità è sempre una scommessa. Può fare paura, generare diffidenza, e allora si alzano i muri. Oppure può creare un terreno di incontro positivo. E’ questo, mi sembra, il caso dell’Italia e della Finlandia. L’irriducibilità delle due culture è forse uno dei motivi della rispettiva fascinazione, del considerarsi reciprocamente “esotici”, del pregiudizio positivo con il quale vengono accolti i Finlandesi in Italia e viceversa.

Sylvia

Un Italiano in Finlandia, nella maggioranza dei casi, percepisce un atteggiamento accogliente. La nostra lingua è considerata pura musica e i Finlandesi si incantano ad ascoltarla. Naturalmente si arriva accompagnati, direi sommersi, da una massa di stereotipi positivi e negativi (cugini stretti dei pregiudizi) dai quali si fa fatica a affrancarsi, anche perché, e questo si impara presto, molti Finlandesi apparentemente non vogliono. “Tu vieni dal Paese del sole, della gioia di vivere, del buon gusto! Perché ti piace la Finlandia, col suo tempo grigio e la sua malinconia? Vivi nel Paese del cibo più buono del mondo, come puoi apprezzare il nostro?” E così via.

E’ un discorso lungo. Comunque sia, alcuni tratti culturali balzano agli occhi e a volte ti lasciano interdetto: un enorme numero di gruppi Heavy Metal e e gotici, ma anche l’amore per il Tango, la passione per il karaoke, chi l’avrebbe mai detto? E lo stravolgimento portato dall’arrivo di Natale, Joulu. Non è facile descrivere quanto significhi per i Finlandesi, e non ci provo neanche. So solo che quando si avvicina, il Paese cambia, un’elettricità nuova percorre boschi, strade, piazze, luoghi di lavoro, radio, televisione, infine le Istituzioni, e poi le abitazioni, le famiglie, ogni singola persona, anche quella apparentemente più indifferente. Si cambia l’arredamento, si tirano fuori cappellini, coperte, tappeti, tovaglie, piatti, bicchieri, si dispongono candele ovunque, la casa cambia pelle dal profondo, e tutto, quando sarà il momento, tornerà in soffitta.

La festa di Joulu sarà riservata solo ai familiari stretti ma non si può non celebrare anche con i colleghi di lavoro e gli amici. In ogni ufficio e luogo di lavoro, in ogni gruppo sociale e situazione si festeggerà, con buon anticipo (dal 15 novembre al 15 dicembre) il pikkujoulu, il piccolo natale.

Da quanto ho vissuto e forse capito, non è solo una questione religiosa; ha senz’altro a che vedere con il clima, con il fatto che dal 21 Dicembre le giornate cominciano ad allungarsi. D’altra parte la giornata del Sol Invictus è celebrata da millenni, da culture anche geograficamente lontane tra loro, e per il paganesimo precristiano era il giorno di Yule, da cui Joulu.

Si è scritto molto sulle origini di Joulu. Un ottimo sunto si può leggere in questo articolo di Marcello Ganassini per LaRondine, Dicembre 2019. Una cosa mi sembra certa: colui che porta i regali c’era anche prima ma la sua rappresentazione è cambiata. L”iconografia attuale di Santa Claus, di origine anglosassone, ha vinto, anzi stravinto, ed è oggi fonte di reddito per molti finlandesi, a partire da quelli che lavorano intorno al mito della “casa di Babbo Natale” in Lapponia. Malgrado questo il nome originario resiste, e non è necessariamente così in Svezia e nei Paesi vicini. In Finlandia rimane viva l’immagine pagana… dietro Santa Claus si cela ancora lo Yule Goat, l’UOMO CAPRA, ricoperto di stracci e pelli di caprone, Joulupukki.

Un fenomeno secondo me esemplare dell’impazzimento nazionale legato alla festa di Joulu è la quantità incredibile di canzoni legate al Natale. In questo articolo, sempre de LaRondine, Giacomo Bottà ne fornisce un quadro, certamente sintetico, ma che ha il pregio di illuminare due caratteristiche che credo si possano definire sempre presenti e sempre conviventi nella cultura Finlandese: la malinconia, la capacità di parlare, spesso senza retorica, di argomenti e temi estremamente tristi, come se fossero (come infatti sono), parte della vita, e insieme a questo, la tendenza a riderne, a sdrammatizzare, con un tocco a volte un po’ pesante di humour nero, spesso condito da una buona dose di turpiloquio.

Erkka Korhonen e Marco Hietala

Sempre in tema, alcuni anni fa ho scoperto la realtà di Raskasta Joulua. La band Raskasta Joulua (Heavy Christmas) nasce da un’idea del chitarrista Erkka Korhonen e raccoglie il meglio dell’Heavy Metal finlandese. Il risultato è la reinterpretazione di classiche canzoni di Joulu in chiave metal. Potrebbe sembrare un accostamento senza senso (Heavy Metal e canzoni natalizie?), un fenomeno marginale, una scommessa azzardata; in una realtà come la Finlandia è stata invece una scelta di grande successo.

Insieme a Erkka Korhonen collaborano molti artisti metal di rango, come Marco HietalaJarkko AholaAri KoivunenJuha-Pekka Leppaluoto e Tony Kakko.

Qui di seguito tre esempi di questo “azzardo”.

Il primo è la canzone Sylvian joululaula – Sylvias hälsning från Sicilien (Sylvia’s Greeting from Sicily), classico della cultura finlandese. Il testo è di uno dei letterati più importanti dell’Ottocento, Zacharias Topelius. La storia narra di un uccellino migratore del genere Sylvia, che solitamente sverna in Sicilia, aspettando la primavera per tornare in Finlandia. La Sicilia è descritta come un paradiso; ciononostante la tristezza data dalla lontananza dalla patria è più forte. E nessuno può ascoltare il bellissimo canto della Sylvia.

Un altro esempio è Heinillä härkien (sul fieno dei tori), versione finlandese di un canto natalizio francese risalente al XVI secolo. L’originale, Entre le Boeuf et l’âne gris (Le Sommeil de l’enfant Jésus) nasce come una ninnananna che descrive Gesù bambino dormiente, tra bue e asinello. Questo un esempio della versione classica, qui di seguito la versione di Raskasta Joulua.

Bellissima è anche la più recente Tulkoon Joulu, di Pekka Simojoki reinterpretata così:

Joulu on taas! E a chi capita qui… BUON 2021!

Marco

Marco Hietala

In attesa del Natale fermentavamo scrivendo liste enormi di regali

Ovvero… il Natale visto da un banco della scuola Elementare Alcide de Gasperi.

Roma, 7 Gennaio 1971

Tema: Come ho trascorso le vacanze di Natale.

Mi sono divertito molto nelle vacanze di Natale e ho fatto molte amicizie, c’erano tanti bambini e ragazzi simpatici fra cui un certo Marco (come me) che aveva almeno undici anni e (vi assicuro) è davvero molto simpatico e spiritosissimo.

Con lui mi sono molto divertito. Quando si decideva dove andare per sciare io ero sempre deluso ma poi mi piaceva molto il posto. Io sono andato in molti posti: alle Gravare, al Pratello, all’Aremogna, ma la gita che mi è piaciuta di più è quando sono andato alle Toppe del Tesoro.

Io sono andato in queste Vacanze di Natale in: bidonvia, seggiovia, cabinovia, schilift, ma la peggiore di tutte queste è di certo la manovia.

Però ci si divertiva molto anche nell’albergo, nell’albergo si leggeva, si guardava la televisione, si giocava (soprattutto a carte).

Quando si girava per Roccaraso (però dove c’era la neve), io mi interessavo alle tante orme che si vedevano sulla neve (di animali).

(voto: 8) – Maestra Mazzetti

L'immagine può contenere: 4 persone, tra cui Marco Tosi, spazio al chiuso

Roma, 13 Dicembre 1971

Tema: Preparativi per le feste Natalizie

In giro si nota molto l’atmosfera di Natale, che Natale si avvicina sempre di più, e ho visto che pure nei cantieri (anche se piccola) qualche abbelizione c’è.

E poi nei negozi si vede che pure lì si aspetta Natale e poi sono pieni di giocattoli pronti per noi.

Vicino alla mia casa c’è la Standa che è piena di palle colorate da comprare oppure da non comprare, che vuol dire che le hanno messe lì per abbellire.

Pure nelle case e nelle scuole come la nostra abbiamo abbellito con delle decorazioni di Natale e poi abbiamo fatto l’albero di Natale.

Siamo tutti molto contenti.

Adesso nella nostra classe si fa il Presepe, ma non un Presepe con i pastori e altra roba comprata, ma con della roba fatta da noi e quindi colorata.

Nei fiorai come quello davanti al Viale Jonio non ci sono più fiori, ma alberi di Natale.

L’arrivo del Natale si capisce pure dal temperamento. Adesso la gente va ha sciare nei posti freddi e lontani oppure nei posti (sempre freddi) ma vicini.

Nei grandi negozi come la Standa e l’Upim si vendono giacche a vento o sci e racchette. Mi ricordo che la prima maestra che ho avuto, quando sbagliavo a sciare (perché era una maestra di sci) mi chiamava con rabbia: <<Mirco!>> perché era Tedesca.

Questo mese per me è pieno di feste ma quella che sento di più è il Natale. Questo mese per me è pieno di feste perché c’è: la mia festa, quella di mio fratello e la vigilia di Natale, Natale, San Stefano, che è l’onomastico di mio cugino, e Capodanno.

In casa mia la roba di Natale è ancora in cantina, ma presto la tireremo fuori.

Vicino a casa mia c’è la Standa e vicino alla Standa c’è un palazzo, anzi, molti palazzi e vicino ai palazzi ci sono dei pini, così certi ingegnieri hanno attaccato delle grosse decorazioni di Natale che consistevano in una luna di sughero e una Befana e un Babbo Natale che con una astronave tutti e due atterranno con dei doni.

(voto: 7) – Maestra Mazzetti

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Roma, 18 Dicembre 1972 

Tema: In attesa del Natale

Io, e anche gli altri da piccoli in attesa del Natale fermentavamo scrivendo liste enormi di regali.

Noi allora il Natale ce lo vedevamo così:

– L’albero abbellito pomposamente che scintilla di mille colori, ai suoi piedi migliaia di regali incartati di carte splendenti.

Poi si passa a l’apertura dei regali, e allora tu lanci grida di gioia vedendo il regalo che desideravi da tempo e intorno tutta un’aria di gioia e felicità insieme.

E a dir la verità io e anche gli altri ce lo vediamo così ma se noi, però lasciamo quel modo di festeggiare il Natale e cerchiamo il vero significato del Natale (siccome noi ormai siamo grandi possiamo capire il vero del Natale, quella ricorrenza dell’avvenimento avvenuto duemila anni fa: La nascita di Gesù).

Certo per noi la nascita di Gesù è stato un beneficio e quindi quando noi lo festeggiamo dobbiamo divertirci.

Ieri, a messa, è venuto un ragazzo della parrocchia. Ha fatto un discorso che mi ha colpito, parlava di noi che ci chiudevamo nel nostro egoismo non pensando agli altri, e poi alle persone misere, povere, che per loro il Natale è un giorno come gli altri, anzi, forse più triste e angoscioso degli altri giorni perché al vedere passare tanta gente felice, piena di regali mentre loro sono ignorati da tutti.

Quel ragazzo era molto bravo ed ha parlato che lui e altri compagni lavoravano per guadagnare soldi e spedirli in Mato Grosso e altri posti.

Poi, ha concluso il suo discorso dicendo: non vi voglio rovinare il Natale ma pensate anche a loro. A me il Natale non me lo ha rovinato.

Buon Natale.

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La logorroica

Illustrazione di Paolo Raffaelli

60 EXPRESS, VIA NOMENTANA, DIREZIONE PORTA PIA
30 ottobre, ore 9:00 circa, giornata autunnale, di quelle che la mattina fa un po’ freddino, ma lo sai che dopo mezzogiorno sentirai caldo. Giunti di fronte all’ex Cinema Teatro Espero, l’autobus è già piuttosto pieno.

Le vedo alla fermata, due donne che parlottano, una più anziana e bassina, sui settant’anni, vestito e capelli grigi, occhiali; l’altra sui cinquanta, leggermente più alta, bionda tinta. La più anziana tiene la più giovane per un braccio e la trascina di peso verso la porta centrale. Riescono a entrare, scavalcando una decina studenti universitari insonnoliti e rinunciatari. Sgomitando e spintonando senza pietà chiunque si trovi sul loro percorso, raggiungono la parte anteriore dell’autobus, all’altezza dell’emettitrice di biglietti. Durante tutta questa operazione, la donna più anziana non smette mai di parlare alla più giovane, neanche stesse tenendo una dettagliata radiocronaca della loro impresa. Si piazzano accanto a me. L’anziana si guarda intorno a studiare la situazione.

– Bene, allora ti dicevo… – riprende, dopo una breve pausa.
È una macchinetta. Apparentemente senza respirare, parla con chiarezza e rapidità. Per fortuna, in tono basso, quasi confidenziale, snocciolando parole al ritmo di una mitragliatrice. La sua interlocutrice annuisce in continuazione, cercando di inserirsi di tanto in tanto. L’anziana glielo permette, ma concedendole il minimo indispensabile di repliche, poco più che fonemi ad accompagnare i segni di assenso. In questi brevissimi momenti, la fissa dritta negli occhi, tenendole una mano sopra un braccio e annuendo con gravità, quasi a dirle: “So cosa pensi, so cosa stai per dire, so tutto, ti ho creata io”. Poi ricomincia il fuoco di sbarramento di lettere, parole, frasi, periodi, racconti, il tutto infarcito di citazioni testuali delle persone di cui s-parla, espresse con le vocine giuste, a volte stridule, a volte sgradevolmente infantili, a volte volgari. Cerco di astrarmi nella lettura, ma faccio fatica. L’argomento ora è di quelli potenzialmente infiniti, le relazioni tra condomini. Frammenti di discorsi affiorano e mi raggiungono in continuazione, rimbalzando sulle pagine del mio libro come pezzi di un puzzle confuso, sebbene riconoscibile. – Non esce mai sul balcone… lei non lo sa… lui… rotazione dei posti auto… torna troppo tardi ed esce prestissimo… lettera all’amministratore… quella poi, si veste come… non mi far parlare, va!

Mi fa sempre sorridere quando i grandi chiacchieroni infarciscono la loro messe di parole con la frase: “Non mi far parlare”, oppure: “Famme sta’ zitto, sennò…”. Ogni volta mi torna in mente L’Esorcista, la terribile scena in cui appare, sul corpo posseduto e stravolto della protagonista, la frase HELP ME, formata da bolle in rilievo. La richiesta di aiuto è diretta all’esorcista, che però non può intervenire, oppure è un ennesimo inganno del diavolo? Così è per coloro che si trovano a contatto con questi professionisti della parola: ogni rivelazione si apre con le stesse frasi di rito, come “Fammi stare zitto”, quasi a voler dire: “Io ci provo, ma tu non mi aiuti”. E via verso nuovi torrenti di parole, mani sulle braccia, sguardo ipnotico, piogge di vocali, uragani di consonanti. L’anziana è già al quarto argomento, quando, alla fermata di Viale Regina Margherita, una donna seduta di fronte a me, si alza per scendere dall’autobus. L’anziana mi guarda e mi fa cenno di sedermi. Naturalmente le cedo il posto, e lei, mentre si accomoda, mi sorride con aria complice e chiama a sé la sua amica. Le chiacchiere riprendono, più fitte di prima. Arrivati a via XX Settembre mi avvio verso la porta centrale. La donna parla ora di catechismo e di riunioni settimanali in parrocchia. Tendo l’orecchio.


– E quindi, capito? Ci vediamo, parliamo… parliamo del Vangelo o delle cose che il prete ci propone. L’ultima volta ci ha chiesto di trovare a noi argomenti di discussione. Dal Nuovo Testamento, capito? Insomma, dobbiamo scegliere a turno una parola-chiave e parlarne tutti insieme. L’ultima volta è toccato a me, ne ho scelta una che mi piace proprio – continua fissando compiaciuta l’amica. Tira un sospiro: – L’ASCOLTO – dice rapita e, senza interrompersi, prosegue di filato: – Che ne pensi? Perché, sai, io credo che…

…….

Da “Non date i soldi a Mike Tyson” – 18 dicembre 2019

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We have all the time in the world

Molto spesso accade che una canzone si leghi ad un ricordo. E il ricordo è sempre legato ad una emozione, è una emozione. E la canzone diventa così evocativa e detiene il potere di risucchiare all’esterno e riportare in superficie sensazioni forti, che una volta all’esterno non sempre trovano un terreno facile sul quale essere rivissute, soprattutto se generate molti anni prima.

Una delle “mie” canzoni è We have all the time in the world. Il testo è di Hal David, uno dei maggiori songwriters degli Stati Uniti, grande collaboratore di Burt Bacharach. La musica è del prolifico John Barry, autore, fra i tanti, del famosissimo James Bond Theme, uno dei più conosciuti Jazz tunes, il famoso “Dum Di-Di Dum Dum” presente in tutti i film di James Bond. Interpretata dalla voce, splendida, di Louis Armstrong, era stata scelta come tema musicale secondario di un film di Bond, On Her Majesty’s Secret Service, del 1969, interpretato da Roger Moore.

Per qualche insondabile motivo, qualche autore RAI illuminato l’aveva utilizzata come sigla di coda di un’altrettanta illuminata scelta, quella di inserire nel palinsesto della “TV dei ragazzi” la visione di un film delizioso nel suo genere e confezionato come solo la Hollywood dell’epoca sapeva fare. Il film era “Viaggio al centro della terra” del 1959, tratto con numerose libertà dal meraviglioso romanzo di Giulio Verne, come l’abbiamo conosciuto a scuola, pensando fosse uno scrittore Italiano, diretto da Henry Levin e interpretato da un cast di richiamo, dove spiccavano James Mason e Pat Boone.

Il film, sezionato a puntate trasmesse di pomeriggio, a cadenza settimanale, era destinato ad imprimersi nel mio immaginario per sempre, generando, per anni, giornate intere di eccitanti fantasticherie e sogni a colori, ad occhi chiusi e aperti.Ai miei occhi di bambino nulla poteva essere più interessante. Un gruppo di uomini temerari, guidati da un professore di Edinburgo, Oliver Lindenbrook (James Mason), decide di scendere nelle profondità della Terra, attraverso un crepaccio nel cratere Jökull del vulcano Snæffels in Islanda. La spedizione comprende l’assistente di Lindebrook, il giovane Alec McEwen (Pat Boone) in realtà un ragazzo pieno di ormoni, più interessato alle ragazze che alle scoperte scientifiche, il biondo Hans Belker, un ragazzone Islandese dall’aria un po’ stupida e che non si separa mai dalla sua oca Gertrude, un professore rivale, il perfido conte Saknussem, che i nostri incontrano nelle profondità della Terra, e infine una donna, Carla Goetaborg, che finirà per amoreggiare con il Prof. Lindenbrook.

Inutile dire che per me i personaggi più affascinanti erano Lindenbrook, a suo modo Saknussem e la coppia Hans con l’oca Gertrude. Lo stupore e la passione di Lindenbrook per le continue scoperte erano le mie. La presenza della donna (che nel romanzo non partecipava all’impresa) non la capivo e mi infastidiva, anche perché si metteva continuamente in pericolo, costringendo i nostri a salvataggi continui. La tolleravo come corollario marginale al mondo fantastico che si apriva agli occhi dei miei eroi: foreste di funghi giganti, diamanti grandi come colonne, enormi draghi minacciosi, tartarughe giganti, piccoli laghi e cascatelle, e un immenso mare sconvolto da venti impetuosi e tempeste magnetiche.

La fuoriuscita da quel mondo così meraviglioso ma minaccioso avveniva infine, come se non bastasse, attraverso una quisquilia come la scoperta dell’antica città di Atlantide e la risalita attraverso il vulcano Stromboli! I nostri, provenienti dall’Islanda, risalgono il vulcano sospinti miracolosamente da un fiume di lava e vengono catapultati nel Mare Nostrum, senza un graffio. L’unico che non tornerà in superficie sarà il rivale conte Saknussem, che troverà una morte accidentale a punirlo della sua malvagità. I colori del film erano brillanti, lucidi, intensi. Ai miei occhi di bambino il Mondo, al di sotto dei miei piedi, sembrava ora bellissimo e affascinante. I vulcani, che sempre mi avevano affascinato, apparivano ora molto più comprensibili. Là sotto c’era la vita, mari, fiumi, energia, animali e piante preistoriche e tutto questo poteva trovare una via di comunicazione con l’esterno, attraverso i vulcani, disseminati, era evidente, in punti strategici della Terra.

Inutile dire che ogni puntata era troppo corta. La conclusione, l’apparire dei titoli di coda e la sigla finale mi provocavano una tempesta di insoddisfazione e sottile rabbia. Una amarezza che chiunque è stato bambino conosce bene. Questa si condensava nel comportamento più ovvio e scontato, l’aggrapparsi agli ultimi minuti di quell’appuntamento tanto atteso e desiderato, l’ascolto concentrato e rapito della sigla di chiusura, la voce roca e nasale di Satchmo. A risentirla ora, non sembra una canzone adatta ad un film così, in una collocazione di quel genere. Ma forse era anche questo il suo fascino. Rendeva solenne quel momento, era in fondo un elemento di considerazione per un pubblico di bambini, poco abituato a quel genere di musica, ma senz’altro degno di momenti di qualità come quello. Mi sentivo grande a vedere un film interpretato da attori grandi, grande ad ascoltare un pezzo come quello.

Quel tipo di emozione, negli anni, ha trovato altre strade, altri modi di manifestarsi, altri contesti, altri temi musicali, altri sfondi e riferimenti. Ma ascoltare quella canzone, ancora oggi, mi regala una sensazione così personale e intima; le corde che ogni volta tocca vibrano a lungo, in un modo che ancora oggi fatico a descrivere, forse perché non ho più il vocabolario adatto per farlo.

Marco Tosi

La nave

Ora che sono vecchio e ho più tempo per fermarmi e ricordare, sento che è giunto il momento che io racconti una delle incredibili avventure che ho vissuto. Non vi chiedo di credermi, solo di ascoltarmi. Anche se non riuscirete ad accettare che ciò che udrete l’abbia vissuto davvero, serbate con rispetto questo racconto nei vostri ricordi.

Mi avrete già sentito parlare di un uomo che tutti chiamavano il Capitano Triste.

Conobbi quell’uomo nel porto di Liverpool, nei primi anni dell’Ottocento. È di lui che vi voglio parlare e di come mi ha cambiato la vita.

Era un uomo taciturno, molto alto e magro. Portava sempre un lungo pastrano grigio e un cappello di quelli in uso sulle navi mercantili. Fumava in continuazione, da una pipa chiara, di schiuma. Il fumo azzurro che lo circondava era una sorta di filtro che lo proteggeva dagli sguardi.

Quando ti parlava ti fissava dritto negli occhi, anche se non sempre te ne rendevi conto. Se il vento allontanava il fumo o gli alzava per un attimo la tesa del cappello, allora potevi scorgere i suoi occhi, piccoli, azzurri, penetranti come diamanti grezzi, e ti sentivi perforato fino alla nuca. Ti sembrava che il cervello fosse penetrato, sondato, assimilato e rilasciato privo di forze e segreti.

Si diceva avesse il potere di controllare le persone e trasformarle in ciò che voleva. Si dicevano molte cose di lui, come sempre fa la gente nei riguardi di chi vive in solitudine. C’era chi sosteneva fosse vedovo e avesse molti figli, sparsi per il mondo, chi diceva che fosse stato lasciato dalla donna che amava perdutamente, chi diceva che l’avesse uccisa e fatta sparire.

Quando non era in mare, quindi per poche settimane l’anno, alloggiava nella Locanda del Bue Marino, la migliore della città bassa, all’ultimo piano, quello delle mansarde. Non parlava mai con nessuno, non riceveva visite. Consumava i suoi pasti in orari diversi dal resto degli avventori, spesso in una saletta riservata, quella destinata ai clienti fissi. A volte non cenava e rimaneva chiuso nella sua camera fino al giorno dopo. Talvolta dormiva fuori e rientrava la sera seguente. Tutti i giorni si recava alla sua imbarcazione, nella parte più isolata del porto.

Io ero poco più di un ragazzo allora, e frequentavo il porto come molti miei coetanei, in cerca di lavoro, di novità, di futuro, di avventura. Ero uno dei tanti. Ogni mattina ero al molo, a caricare e scaricare le navi in arrivo o in partenza. Quando non lavoravo, trascorrevo le mie giornate a guardare gli altri che lo facevano al posto mio.

Comunque fosse andata, alla fine della giornata mi lavavo la faccia, riordinavo il vestito, l’unico che avevo, mi infilavo le scarpe e salivo le lunghe scalinate che separavano il porto dalla città alta. Raggiunto il corso principale, mi accoccolavo in un angolo, ad osservare la vita che scorreva in superficie, sulla crosta buona della città: le ragazze a passeggio, le carrozze, i cavalli, i soldati,gli ufficiali in alta uniforme, i commercianti di tabacco, indaffarati a fissare i prezzi e fare affari.

Poi, al tramonto, raggiungevo la fabbrica dismessa alla periferia est, oltre la zona ferroviaria. La vecchia Manifattureria Bolton, abbandonata da anni. Come centinaia di coetanei, avevo il mio piccolo rifugio in quell’alveare umano, fetido e buio. Un letto di assi di legno e un materasso di paglia, incastrato tra due muri. Una tenda fatta con una vecchia vela mi proteggeva dagli sguardi mentre dormivo, un occhio aperto e il coltello nella mano destra, sotto il cuscino.

Dietro la parete esterna avevo posto un piccolo secchio, a raccogliere l’acqua piovana. La mattina mi lavavo il viso che era ancora buio e mi incamminavo verso il porto, prima che si svegliassero gli altri. Arrivare primi poteva voler dire mangiare, secondi digiunare.

Una mattina giunsi al molo che le navi più grandi non avevano ancora tirato fuori i ponti mobili. La nebbia era molto fitta e la luce dell’alba faceva fatica a filtrare. Sembrava che la nebbia fosse lì per dire no, oggi nessuno lavora, oggi è un giorno diverso. Attraverso quella barriera impalpabile, si potevano solo indovinare le sagome scure e immense dei bastimenti all’ancora. Indifferente alla nebbia, il rumore sordo del legno, i suoi schiocchi, i suoi lamenti e urli, il canto del rollio degli scafi, lo sciabordio dell’acqua, la sinfonia delle catene tese e sopra ogni cosa lo stridio di centinaia di gabbiani.

Sentii un piccolo borbottio dietro di me, una mano, grossa e pesante, sulla mia spalla destra. Era il Capitano Triste. Mi diede uno sguardo intenso che mi sembrò volesse dire non avere paura, seguimi, ho fretta. Ero paralizzato. Camminò a lungo, senza voltarsi. Giungemmo di fronte ad una piccola imbarcazione, che non avevo mai notato. Sembrava molto vecchia, e in pessimo stato. Aveva qualcosa di lugubre. Era la sua nave.

Si voltò e mi fece segno di salire a bordo. Con riluttanza, lo seguii. Il legno del ponte scricchiolava così forte che temetti di sprofondare ad ogni passo. Se dal molo il suo aspetto aveva un che di lugubre, vista da vicino la nave faceva paura. Trasmetteva un senso di angoscia e terrore, come se all’interno fossero stati commessi crimini terribili, versato sangue, praticata la tortura. Gli scricchiolii parevano proseguire anche se stavamo fermi. A sentirli bene, sembravano lamenti, gemiti di qualcuno o qualcosa che non trovava pace, che chiedeva aiuto. Avvertii, improvviso, il bisogno di piangere, di unirmi a quel coro di morte, e un attimo dopo, il desiderio di fuggire. Feci per andarmene, ma Capitano Triste mi trattenne, stringendomi un braccio. Mi sentii svenire.

Quando mi svegliai, eravamo al largo. Mi ritrovai disteso su una branda, all’interno di una cabina angusta. Accanto a me, su un piccolo tavolo, del pane e una brocca di latte. Il silenzio era totale. La nave era ferma, oppure procedeva con estrema lentezza. Doveva essere il primo pomeriggio, il sole non era molto alto. Da un piccolo oblò potevo scorgere solo mare, blu scuro, quasi fermo. Mangiai e salii all’aperto. Ad un primo sguardo il ponte era deserto. I gabbiani volteggiavano sopra l’imbarcazione ma non si sentiva alcun grido. In assoluto silenzio, osservavano me, mentre io osservavo loro. Mi diressi allora verso prua, aggirando da destra la cabina di comando. Il silenzio era denso, come una colata di melassa pronta a assorbire ogni suono e ad annullarlo in sé. Improvvisamente il vento cambiò direzione e sentii un odore forte, acre, nuovo. Mi avvolse e stordì, facendomi vacillare sulle gambe. Dovetti appoggiarmi a delle botti per non cadere.

Fu in quel momento che udii nuovamente quei gemiti; a tratti penetranti, come se qualcuno mi urlasse nell’orecchio, a tratti rarefatti, come una eco lontana. Provai ancora un improvviso, intenso desiderio di piangere e urlare, mi rannicchiai su me stesso e chiusi gli occhi. Di nuovo silenzio intorno a me; sentii chiaramente che non ero solo.

Aprii gli occhi: per quello che vidi sul ponte, ancora oggi, faccio fatica a trovare le parole.

La nave mi guardava.

Non sarei stato in grado, in quel momento, di descrivere così le mie sensazioni, ma ne ero certo, mi stava osservando. Poi, alzai una mano a ripararmi dal sole e li vidi. A prua, seminascosti dal sartiame, due grandi occhi, incastonati nel legno scuro, mi fissavano. Uno sguardo triste e profondamente consapevole.

Prima che potessi dire o fare alcunché, gli occhi si chiusero e riaprirono, muovendo due grandi e sottili ciglia. Ero terrorizzato, come mai ero stato prima, la nave lo sentiva.

Fermo, non ti muovere. Non temere. Non ti farò del male – una voce calda e profonda, di donna – Comportati come sai fare, da marinaio. Fai il tuo lavoro e non chiederti altro. Non tornare più a prua. Ora vai.

Mi resi conto che la voce la sentivo, ma percepivo anche il silenzio, ovunque intorno a me; la voce era dentro di me, nei miei pensieri. E li leggeva.

– Ti ho detto, marinaio, non farti domande. Non capiresti – e dopo una pausa – e se tu capissi, moriresti. Dimenticami. Vai, ora!

Giunto a poppa, vidi il Capitano Triste. Accanto a lui, altri quindici marinai, intenti a ricevere istruzioni. Mi fissò con rabbia e mi aggredì: – Dov’eri, bastardo? Sono due giorni che dormi! L’hai portata tu questa bonaccia? Se è così giuro che ti butto ai pesci, avanzo di fogna! – Non feci in tempo a replicare – Da dove vieni, verme? Sei stato a prua? – mi fulminò con lo sguardo.

– No – replicai – Vengo dalla cabina, lo giuro! – Gli altri uomini mi osservarono, poi si volsero a guardare il Capitano Triste, che restò muto per qualche istante, scrutandomi. – Sai che nessuno, per nessun motivo deve recarsi a prua, tranne il sottoscritto? La nave è governabile lo stesso. Stai attento a questo comando, ragazzo, o assaggerai la mia frusta.

Gli altri marinai erano tutti molto giovani, come me, tranne un paio, che mi fissavano seri. Furono gli unici due con i quali non feci amicizia. Non parlavano mai, neanche fra loro.

Ebbe inizio così un lungo viaggio. Solcammo tanti mari e toccammo molte terre, e in ognuna scaricammo e caricammo merce di ogni genere. Quando ci fermavamo per qualche giorno, la nave non attraccava, preferendo fermarsi alla fonda appena fuori dal porto. Non ricordo di aver mai visto Capitano Triste scendere a terra.

Non tornai più a prua.

Finito quell’imbarco, preferii cambiare città e lavoro, trasferendomi a Manchester. Non ho mai raccontato a nessuno, prima d’ora, quanto vidi e sentii quel giorno. Non ho mai più sentito parlare del Capitano Triste e non ho mai più provato quella sensazione di intensa tristezza e disperazione, quel desiderio così profondo e impellente di prendermi la testa fra le mani e piangere.

(pubblicato il 25 luglio 2019 su Ventimilabattute sotto i mari – Grandecomeunacittà.org)

È TEMPO DI FANTASCIENZA

Qui di seguito un bellissimo ed esaustivo intervento di Carlo Pauer, pubblicato sul sito Grandecomeunacittà.org il 10 dicembre 2019.

Il nostro Tempo

Tutti gli anni, per trentuno giorni, miliardi di messaggi, mail, documenti, calendari, segnano il mese di Luglio. Probabilmente, la quasi totalità degli umani ignora o ha dimenticato che il nome deriva da Iulius, cioè Gaius Iulius Caesar, il Conquistatore delle Gallie, il primo a essere ricordato nella storica ricostruzione cronologica del popolare De vita Caesarum (Vite dei Cesari) di Svetonio. Fu, infatti, il futuro e sventurato protagonista dell’omonima tragedia di Shakespeare a promulgare il “calendario giuliano” nel 46 p.e.v. tuttora in uso con il mese della sua nascita che ne porta il nome. L’Ordine del Tempo nel mondo antico era appannaggio delle divinità e con questa consapevolezza Cesare, secondo Plinio il Vecchio (Naturalis historia), chiede l’intervento dell’astronomo greco Sosigene di Alessandria per approntare una revisione:

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