Peccare su (quasi) tutto

Sono in un grande albergo dell’Azione Cattolica, per lavoro. Lungo i corridoi e attraverso le grandi sale si muovono vari gruppi di clienti, diversi fra loro. Uno di questi è composto da sacerdoti. Un piccolo blocco nero che si muove compatto.

Tra loro spicca un vestito nero bordato di rosso, un viso già visto, in televisione, sui quotidiani. E’ il Cardinale Sepe, massima autorità Vaticana a Napoli. Lo ricordo bene, con Bassolino prima e De Magistris poi. Foto quasi identiche; lui che regge l’ampolla col sangue liquefatto di San Gennaro, loro che la baciano. Come a dire: “lo sappiamo; noi passiamo, tu resti, e soprattutto l’ampolla”.

Lo rivedo a cena, e la mattina del giorno seguente, a colazione. La sera si siede a capotavola, con gli altri membri del gruppo. A colazione invece lo vedo solo con un suo attendente, che lo segue ovunque. Si fanno il segno della croce, poi lui si accomoda mentre l’attendente va a prendergli caffè e cornetto.

Nel pomeriggio passo al bar interno dell’albergo, mi avvicino al bancone e chiedo un caffè. Poco dopo arriva il Cardinale, chiede un caffè anche lui, continuando a parlare con due colleghi. Ora lo posso osservare da vicino, sono a meno di un metro. Ha un aspetto gioviale ma molto controllato, uno sguardo cauto e intelligente, di chi la sa lunga.

Proprio stasera c’è Napoli-Lazio, di Coppa Italia. La cassiera sorride: – Eminenza, che farà questo Napoli? e lui: – eh, che farà, deve vincere, e certamente… 2 a 0, al massimo 3 a 1. Il maitre, poco distante, accenna, con un sorriso colpevole: – ehm… io veramente tifo Lazio.. Il Cardinale lo guarda, e dopo un attimo di silenzio – e allora, uno di questi giorni, ti arriva una scomunica tra capo e collo! – risate generali di tutti i presenti.

Poi aggiunge a voce alta, posando la tazzina e incamminandosi verso l’uscita: – ricordati, si può peccare su tutto, ma proprio su tutto, tranne che sul calcio!

29 gennaio 2014

We’re not used to that

Dublino, il Liffey river

E’ l’ultimo giorno, il momento degli addii. Lo so che non devo abbracciarli, né tantomeno baciarli, non si fa. Dovrò trattenermi.

I maschi, Colm, Pat e Liam, sono già passati a salutare, una pacca sulla spalla sinistra, un sorriso. – ehi, keep in touch! “I’ll do it”. Colm e Pat hanno almeno una decina d’anni più di me, sono grossi, due orsi impacciati. Liam ha appena compiuto diciott’anni, è invece magro e flessuoso, muove i suoi piccoli occhi neri come animaletti nervosi, scattano fra le lentiggini, sotto un’esplosione di capelli rosso fuoco. Carmel, ventitré anni come me, l’unica figlia, fa finta di niente, mi accompagna in aeroporto, ha detto, è tutto rimandato.

Il magone sale. E’ un groppo al cuore, in gola, non riesco a respirare. Il padre, cinquantacinque anni, Liam anche lui, un viso ovale, sempre sorridente, occhi piccoli, grigio-azzurri e intelligenti, sotto una massa di capelli bianchi, come fanno a non stempiarsi mai, i capelli diventano di neve, ma niente, tutti al loro posto. Elizabeth, non si vede, è nervosa. Liam la cerca con lo sguardo, abbraccia tutta casa, poi allarga le braccia, accenna una battuta – finalmente riavrò mia moglie, Betty non ha occhi che per te! – imbarazzo. I ragazzi ridono. Non è la prima volta che sento queste battute in casa, ma erano i fratelli, ora è il marito, fa un altro effetto. Scuoto la testa come a dire ma figurati, e mi rifugio in camera.

Chiudo la porta, mi guardo intorno, ho preso tutto, sì, è il momento di chiudere la valigia. La porta si apre, mi volto, è Betty. Si avvicina, muta. I suoi occhi cercano i miei. Si avvicina ancora, indietreggio, trovo la parete alle mie spalle. E’ di fronte a me, non siamo mai stati così vicini. Poggia la mano destra sulla parete, poi la sinistra, io in mezzo, non posso muovermi. Il suo corpo, il suo viso ora è a pochi centimetri, come se volesse guardare come sono da così vicino, come se fossimo… Non riesco a parlare e in fondo, se lo facessi, le mie labbra incontrerebbero le sue. Rimango in silenzio, i miei occhi castani nei suoi, lei allora si scosta leggermente, i suoi occhi azzurri nei miei: – It’s been… it’s been a pleasure to have you here. Wherever you go, just remember. I’ll never forget you. Never.

Poi stacca le mani dalla parete, e abbandona le braccia lungo il corpo. Le spalle scendono, lo sguardo in basso, un sospiro in basso, esce senza voltarsi.

Chiudo la valigia, esco in strada, ci sono tutti, tranne lei. Il marito è al centro del suo front yard, le scarpe di cuoio nero sull’erba verdissima, mi guarda, credo capisca. Non resisto, lo abbraccio, gli dò un bacio sulla guancia destra, lui guarda in basso imbarazzato e mormora – we’re not used to that. Salgono le lacrime, entro in macchina, Carmel è già dentro, il motore è acceso, non mi volto. Non mi ha dimenticato, lo so. Neanche io.

Incontro con Rocco

Otto e trenta del mattino, Aeroporto di Fiumicino, arrivi Alitalia. Aspetto una ragazza Sudafricana in arrivo da Johannesburg, via Parigi. E’ partita giovedì sera, sarà senz’altro stanca. Un’auto NCC (noleggio con conducente) ci aspetta fuori, per portarci in albergo. La ragazza fa parte di un gruppo più vasto, sessantaquattro studenti stranieri che si fermeranno due mesi in Italia.

Mi siedo su una panchina in simil-pelle nera, posta esattamente di fronte alla porta di uscita dei viaggiatori. Mi guardo intorno e mi rendo conto di essere solo. Il lungo corridoio del Terminal 1 è deserto, a quest’ora. Silenzio ovattato, tiro fuori il mio libro e mi rilasso.

Dopo una quindicina di minuti la porta del gate si apre. Escono alcune ragazze, ridendo animatamente e trascinando i loro trolley. Scruto velocemente il gruppetto, la mia non c’è. Le risate si allontanano, torna il silenzio, ma per poco. Altri viaggiatori escono guardandosi intorno, ma stranamente continuo ad essere il solo ad aspettare.

Poi un rumore alle mie spalle, autisti NCC con completo e cravatta d’ordinanza. Sono tre, uno sui trent’anni, gli altri due più anziani. Si posizionano poco distante, allineati, in piedi a gambe larghe, con i loro cartelli ben in vista. Il più giovane tiene un cartello stampato, con il logo dell’agenzia di viaggi e un nome: Mr. Galloway. Gli altri due hanno semplici fogli scritti a mano col pennarello blu. Li tengono penzoloni lungo i fianchi, ma sono veloci ad alzarli appena la grande porta si apre.

“Airport 3”, Roma 2019 – foto di Paolo Laici

Usciti i viaggiatori dell’ultimo atterraggio torna un relativo silenzio, quasi da chiesa vuota. A una decina di metri gli NCC parlottano a bassa voce. Un rumore di passi alla mia sinistra mi avverte che sta arrivando qualcuno, mi giro e mi sembra subito di riconoscere l’uomo che si avvicina a passo lento, capelli corti e sul biondo, scarpe alte tipo Timberland, jeans scuri, maglione chiaro a collo alto, giubbotto chiaro, di pelle. Ci sono varie poltrone libere, ma si siede accanto a me. Non riesco a ricordarne il nome, ma l’ho visto da qualche parte, forse in televisione.

Ora sulla panchina siamo in due; l’uomo guarda davanti a sé, in silenzio, io continuo a leggere. Una decina di minuti più tardi riceve una telefonata, risponde a bassa voce, con tono educato. Ci sono, lo riconosco. In quel momento si apre la porta del terminal, escono una donna e due ragazzi. La donna avrà quarant’anni, capelli neri corti, sottile, alta, una bellezza misurata. I ragazzi avranno vent’anni; a un primo sguardo sembrano la figlia di lei e il suo fidanzato. Sono tutti e tre vestiti in modo sobrio ed elegante. Nessuno parla. La donna apre un gran sorriso e lascia il trolley, che viene subito recuperato dal ragazzo. Sul trolley intravedo un cartellino, CDG, Parigi. Siffredi si alza e si avvicina, abbraccia la donna con tono formale ma caloroso e poi stringe la mano ai ragazzi, sorridendo e accennando un piccolo inchino. Scambiano poche parole e vanno via.

Torna per un breve attimo il silenzio, poi l’NCC più giovane commenta, a bassa voce: “ahò, ma che niente niente era Rocco?” – e i colleghi più anziani – “me sa”.

.

.

.

.

Fiumicino, Novembre 2013

Un viso segnato

Roma, via Nazionale. Quasi all’angolo con Piazza della Repubblica, di fronte a una banca, c’è una bancarella di un venditore ambulante. O forse dovrei dire stanziale, dato che è sempre lì, da anni; inverno, primavera, estate e autunno. Vende cinte da uomo. E’ basso, tarchiato, testa decisamente grossa rispetto al corpo. Mi ricorda Franco Citti.

Arriva tardi, perché quando passo la mattina andando in ufficio non c’è ancora, mentre quando vado via è lì, al suo posto. La sera accende delle lampade collegate ad una batteria. Di solito è solo, a volte c’è un compare più giovane a dargli una mano. Mentre “Franco” parla con i clienti, il compare riarrotola le cinte di cuio e le ripone nelle loro scatolette. L’amico ha un’aria più distinta, mentre Franco ha un viso così segnato che ispira simpatia, ma anche repulsione. Quel tipo di faccia che ti mette in guardia. Una faccia pesante. Le occhiaie, le rughe, i pochi capelli neri e ricci, il corpo tozzo, le gambe corte. Forse per questo spesso si porta dietro l’amico.

Prima d’oggi non lo avevo mai sentito parlare. Me lo sono trovato accanto, in fila al banco della gastronomia del supermercato Despar su via Nazionale, poco distante dalla sua postazione. Il compare si era fermato al banco del pane, aveva preso due rosette e se le era fatte tagliare. Quando ha raggiunto Franco gli ha sussurato “ja, facimm’ ampress!” Franco, osservando con intensità la mortadella, gli ha risposto qualcosa, ma non sono riuscito a capire. Ho intuito però che alla fine gli diceva: “aropp’ chistu ca’ toccà a nuje”. Quando è stato il mio turno ho chiesto un etto di mortadella, specificando “con i pistacchi”. E già perché le mortadelle sono sempre di due tipi, con i pistacchi o senza, e sono sempre una accanto all’altra.

Il commesso della Despar ha cominciato ad osservarle, perplesso. In effetti la differenza non era evidente, anche dal mio punto di osservazione. Alla fine ne ha messa una in macchina e ha cominciato a tagliare via fette. Nel frattempo è sopraggiunto un secondo commesso e Franco ha alzato la mano: “tocca a nuje; un etto di mortadella senza pistacchi”.  Anche il secondo commesso ha esitato un attimo e poi ha commentato, mettendo in macchina l’altra mortadella: “sembrano uguali; quella coi pistacchi ne ha davvero pochi”, guardando Franco e il compare, che hanno fatto un segno come a dire “non importa, jamme” e preso il pacchetto sono corsi alle casse.

Appena andati via, i due commessi hanno cominciato a commentare: “ma che fanno questi, lavorano sugli autobus?” – “me sa di sì, se fanno i portafogli, li ho già visti un paio di volte”. Mi sono sentito in dovere di intervenire: “no, non è così, hanno una bancarella a via Nazionale, vendono cinte” – “ah già, ecco dove li ho visti”- commenta uno dei due commessi. Arrivato alla cassa li ritrovo; sono ancora lì, stanno pagando i loro panini. La cassiera esamina con cura il mucchietto di spicci che le hanno messo in mano. Franco ha fretta: “vanno bene, possiamo andare?” La cassiera con aria altezzosa accenna un sì, batte lo scontrino e glielo porge, ma Franco è già fuori, di nuovo sul marciapiede.

Tina e Titina

Bus 344, Via Nomentana, direzione Piazza Sempione

12 luglio, ore 9:00, estate piena, nell’autobus è già caldo. Due signore dall’aria paesana e piuttosto modesta parlano fitto fitto. La più giovane dà istruzioni alla più anziana. Sembrano due personaggi di un film di Totò. La più giovane, sui sessanta, assomiglia, anche se vagamente, a Titina de Filippo, con il suo vestito a fiori e la borsetta nera; l’altra ricorda Tina Pica, ma più grassa. Vestito nero, capelli bianchi a crocchia, borsellino e busta di plastica stretta forte in mano.

Titina gesticola come si fa con un bambino.

– Allora, hai capito? È quello vicino alla chiesa, dici che sono per quella signora che viene sempre, loro mi conoscono – spiega a Tina.

– Sì, sì, ho capito dov’è – annuisce Tina attenta, con gli occhi sgranati.

– Allora, una-coda-di-rospo-con-la-testa… capito? Con-la-testa – ripete Titina scandendo bene le parole.

– Con-la-testa– conferma Tina ripetendo la lezione.

– Ecco, gli dici così: una coda-di-rospo-con-la-testa.

– Sì, una-coda-di-rospo-con-la-testa – ripete Tina, aprendo le mani, come per rassicurare Titina.

– Bene. Capito? Gli dici che sono per quella signora che viene sempre, loro mi conoscono. Dici quella che ci ha la figlia che ha sposato a l’Aquila, digli così.

A quel punto Tina sorride e cambia argomento.

Comincia a parlare di sua nipote, che fa questo e fa quello, e poi racconta anche di qualche suo acciacchetto. Continua a parlare, ma Titina sembra non ascoltare, fissa assorta un punto indistinto del vestito nero dell’amica, tra la spalla e il collo. Dopo il terzo acciacco, sembra come svegliarsi.

All’improvviso guarda Tina negli occhi e, alzando un dito: – E poi due orate grandi, o tre piccole, capito? Una coda di rospo con-la-testa e tre orate piccole, oppure due di quelle grandi.

– Ah, va bene, gli dico così, allora.

Scendono a Piazza Sempione. Scendo anch’io, devo proseguire con il 60. Mentre le sorpasso per raggiungere l’edicola ascolto il loro saluto, si stanno separando.

– Allora, intesi? Due orate e una coda di rospo con-la-testa. Io bisogna che vado, ciao – ripete Titina e fa un cenno di saluto all’amica.

Anche Tina saluta e si incammina, quando viene folgorata dalla voce tuonante di Titina: – Ah, senti, dici pure due gamberetti e due calamari, per oggi, da farci gli spaghetti, capito? Ma proprio due due, non tanti. Due gamberetti e pure due calamaretti. Allora, ricapitolando, una-coda…

Vado a comprare il giornale, le lascio lì, sotto il sole, parlano fitto fitto.

……………

Da “Non date i soldi a Mike Tyson” – Marco Tosi, 2019

Ennio Flaiano, tempo di leggere.

Italian writer Ennio Flaiano posing. 1960s (Photo by Mondadori via Getty Images)

Scrivere di Ennio Flaiano. Non mi sento all’altezza, non ci provo neanche. E allora il bisogno che mi spinge a dire qualcosa, oggi, è solo uno, e provo a metterlo in parole.

Durante la mia formazione adolescenziale e post-adolescenziale, Flaiano è stato sostanzialmente assente. Ho fatto il liceo a Roma, nella seconda metà degli anni ’70. Flaiano era morto da pochi anni, e nell’humus culturale di sinistra nel quale sono cresciuto, nel pieno dell’elaborazione collettiva del 1977, e poi degli anni di piombo, non l’ho mai incontrato. Non era nella lista degli intellettuali di riferimento, né in quella degli intellettuali da denigrare e teoricamente combattere, semplicemente niente, non c’era. Mi chiedo se i miei compagni e amici di allora potrebbero affermare lo stesso o se al contrario questa è solo la mia esperienza personale. In ogni caso, il mio radar non lo hai mai registrato, zero, il vuoto assoluto.

Successivamente, in un periodo in cui potevo considerarmi già adulto, Flaiano è affiorato. Ho gradualmente cominciato a “vederlo”, a incontrarlo, a riconoscerlo. Ha fatto capolino dai quotidiani, dai settimanali, infine dalla rete. E’ rimasto, però, e questo per anni, solo una sorta di juke box emettitore di aforismi. Senz’altro anche per mia responsabilità, per una sorta di cecità selettiva di cui ero affetto e dalla quale spero di essere guarito, almeno nei suoi confronti.

E di aforismi, spesso caustici, è cosparsa l’opera di Ennio Flaiano. Una sorta di cortina fumogena che nasconde (forse volutamente?), molto, molto altro. E insomma, un giorno ho letto Il gioco e il massacro, edizione Adelphi, e la percezione è cambiata. E mi è sembrato chiaro che quelle centinaia di battute, motti, sentenze di cui la rete è piena, appartengono a contesti ben più ampi, e che spesso non ha senso ne siano estrapolati, buttati in pasto a lettori voraci, infine digeriti e espulsi. Anabolismo, catabolismo, metabolismo, c’è tutto in Flaiano, ma spesso ne vediamo solo le scorie finali. Mi sono perciò sentito in grado di affrontare (e amare) Tempo di uccidere (Longanesi 1947), e poi La solitudine del satiro (Rizzoli 1973). Questo mi ha portato alle Nuove lettere d’amore al cinema (Rizzoli 1990), un immenso giacimento, non saprei come definirlo in altro modo… Ma sto cadendo nell’errore che mi ero ripromesso di evitare.

L’unica cosa sensata che posso fare è continuare a leggerlo, forse a capirlo, nonostante i trabocchetti e gli enigmi di cui la sua opera è disseminata, come un campo minato a basso potenziale, o un gioco dell’oca sofisticato, che ti fa sempre tornare indietro di qualche passo e ti colma di dubbi.