Un crescendo demenziale

(sottotitolo “fa ridere ma fino a un certo punto”)

Sono stato nuovamente bannato da Facebook. Mi è successo solo tre volte, in un crescendo di assurdità demenziale. So di non essere il primo e certamente non sarà l’ultima volta, accadrà nuovamente, ci sono tutte le premesse.

LA PRIMA VOLTA

Novembre 2019, inserisco in un post una foto tratta da Helsingin Sanomat, il principale quotidiano Finlandese. La foto è certamente dura, un camion che trasporta verso una sommaria sepoltura dei soldati caduti durante la seconda guerra mondiale, durante la quale l’esercito finlandese combatté contro l’Unione Sovietica. Insomma, una foto in bianco e nero, che si trova ovunque. Vabbé. facebook mi vieta le dirette live (che non ho mai fatto né prima né dopo) per trenta giorni. Non mi prendo la briga di contestare questa cosa, ammesso che serva a qualcosa farlo.

LA SECONDA VOLTA

Ho premesso che qui si tratta di un crescendo di assurdità demenziale. Il 6 settembre di quest’anno pubblico un video di un vespino che mi sveglia ogni mattina e in generale mi assilla sfondando il muro del suono con la sua marmitta bucata. L’avevo incontrato per caso e avevo girato un micro video facendo attenzione a non riprenderlo bene, per rispettare la sua identità, ecc. Avevo accompaganto il video con questa innocua didascalia: “finalmente ho incontrato vespa smarmittata, sono mesi che mi spacca i timpani”.

Un mio caro amico aveva subito colto l’occasione per sottolineare la differenza d’età fra noi e trattandomi da vecchietto acido (come in effetti sono).

Io gli avevo perciò risposto con un commento GRAVISSIMO che infatti è stato cancellato da facebook. Eccolo:

Per questo commento al commento del mio amico ho ricevuto un warning paternalista che sostanzialmente diceva: “siamo consapevoli che tutti possono sbagliare ma occhio, non saremo così buoni la prossima volta. Oggi ci limitiamo a cancellare il tuo commento.”

LA TERZA VOLTA

Arriviamo così al ban di ieri (24 ore di sospensione dell’account e 48 ore di interdizione dai gruppi). La motivazione è la violenza dellimmagine che ho pubblicato, cioé

QUESTA:

Mi sono sbellicato dal ridere però lo so che accadrà ancora. Prima o poi senza pensarci pubblicherò un video di Tom e Jerry che si prendono a martellate in testa e non ci vedremo più!

Marco

E te lo vojo di’, ma nun lo fa sape’

25 novembre, Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Oggi il parlamento ha approvato l’istituzione di una commissione bicamerale di inchiesta sul “femminicidio e su ogni forma di violenza di genere”. Nessun voto contrario, nessun astenuto. Bene, una buona notizia, ma non basta. Due giorni fa, a Roma, quartiere Prati, sono state uccise tre donne, in pieno giorno. Dall’inizio del 2022 in Italia sono state uccise circa cento donne, per lo più da ex conviventi, ex mariti, ex fidanzati.
E qui arrivo a Tom Jones e a Lando Fiorini. A metà luglio con la mia compagna siamo andati a a Perugia, all’Umbria Jazz, concerto di Tom Jones. Un bellissimo concerto, durante il quale Tom ha cantato uno dei suoi pezzi più famosi, Delilah. Canzone bellissima e soprattutto molto orecchiabile.

Ti rimane in testa, e infatti è ancora lì, dal 1968. Dopo averla ascoltata mi sono incuriosito e sono andato a leggere il testo. Una mia vecchia abitudine. E ho scoperto che si tratta di un femminicidio. E la canzone resta bella, su questo non ho dubbi. Qualche giorno dopo, da qualche cella del mio cervello mi è giunta un’informazione: “guarda che ne abbiamo una anche noi, è Lella”.
Lella, una canzone del 1970, di Edoardo de Angelis. Ci sono cresciuto, con Lella. Per me ha la voce di Lando Fiorini, ma l’hanno cantata tutti, da Antonello Venditti in poi. A Roma non è solo una canzone, è un pezzo della cultura cittadina, è qualcosa che prima o poi ogni romano incontra sulla sua strada, e assimila. Consiglio di ascoltare come Lando Fiorini introduce la canzone. Se la cerchi in rete, ne trovi infinite cover, e la senti cantata allo stadio Olimpico, da migliaia di tifosi romanisti.

E poi si è aperta una seconda celletta, ed è emerso un ricordo di quelli che vorresti cancellare per sempre. Sardegna, capodanno 1997. Ero ospite di cari amici, avevano aperto la loro casa a me e alla mia compagna. L’atmosfera era serena e aspettavamo la fine dell’anno assaggiando porcheddu e bevendo mirto. Al cinema del paese davano “La vita è bella” di Roberto Benigni. Una giovane donna, maestra elementare, amatissima in paese, è in sala, con un coetaneo. Fuori, ad aspettarli, c’è un allevatore locale, innamorato di lei e non corrisposto. Quando escono dalla sala, si avvicina e li abbatte, come due delle sue pecore.
Sul paese cala un silenzio totale, il giorno dopo attraverso un luogo diverso, le strade deserte, le finestre serrate, i negozi chiusi, la campana della chiesa che suona a morto, camionette della polizia circolano a bassa velocità. I genitori dei miei amici ci chiedono di non andare in giro, di restare a casa.

1968, 1970, 1997, 2022. Siamo liberi?

Temo di no. Elisa Giomi, Commissaria AGCOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) proprio oggi sul suo account facebook ci segnala, ma direi che è un esempio fra i tanti, la serie netflix YOU, la storia di un “grande amore”:

“In You, la voce narrante del protagonista induce ad identificarsi con lui, con i suoi tormenti di amore e slanci protettivi verso Beck, anche quando la controlla, pedina, spia, segrega e infine uccide…si chiama romanticizzazione della violenza di genere. Beck, la vittima, ha condotte imprudenti e non sa tutelare la propria privacy né online né offline (“se l’è cercata!”), ma ha amicizie intense con altre ragazze, che nutrono sospetti verso Jack. Lui però neutralizza e persino uccide anche loro: non esistono amicizie, alleanze, collettività capaci di proteggere una donna dalla violenza di un (singolo) uomo.”

Elisa Giomi è su vari social, consiglio di seguirla, e di leggere per intero il suo post. Forse oggi l’AGCOM metterebbe in discussione una canzone come Lella. Forse.

Il rombo

Maxfield Parrish (1870-1966)

Per primo udimmo il rombo. La cosa in sé non ci stupì, perché ne avevamo sentito parlare, però ci impressionò, e molto. Non avevamo mai provato nulla del genere, neanche durante i peggiori temporali in Irlanda, o quando l’oceano si era inferocito, durante la traversata per raggiungere il Nuovo Mondo, e le onde, alte come cattedrali, si abbattevano una contro l’altra.

E poi la polvere, un mare di polvere. Ne avevamo le narici piene, e gli occhi, le orecchie. Avevamo protetto la bocca con la sciarpa, la testa col cappello, per il resto eravamo tutt’uno con quella nuvola, ovunque intorno a noi.

Quando raggiungemmo la sommità della collina, il rombo era cambiato. Non era più solo un rumore che ci avvolgeva, era la terra che tremava. Il paesaggio era brullo, pochi ciuffi d’erba qua e là, solo sassi, tanti, e nessun albero. Trovammo una buca abbastanza ampia dove accamparci. Liam e Patrick legarono i cavalli a un grosso arbusto, poi presero dei massi e in pochi minuti crearono una sorta di muretto, sul lato più a sud. Era qualcosa che facevano sempre con grande facilità, tra i muretti a secco ci erano cresciuti. Ci eravamo appena sistemati che si alzò il vento e la nuvola di polvere si fece meno densa; giallo ocra, si era in parte fusa con le altre, bianche, nel cielo sopra di noi.

Adesso, guardando in basso, potevamo scorgerlo, ed era cambiato ancora. Ora il rombo era rumore, era terra che tremava, era un fiume che scorreva sotto i nostri occhi, né azzurro né verde né giallo, ma nero. E non era acqua, era carne. Un fiume di carne.

I cavalli erano irrequieti, e lo eravamo anche noi. Lassù certo ci sentivamo al sicuro, ma anche piccoli e inermi. Liam tirò fuori i cucchiai, aprì una latta di fagioli e ne versò il contenuto in tre piatti di metallo, gli unici che avevamo. Mangiammo in silenzio. Patrick prese la borraccia, bevve un sorso e cacciò un rutto. Fu l’unico suono umano che sentii quella sera. Coprimmo i cavalli e ci infilammo sotto le coperte. Il rombo e il tremolio ci cullarono, ci addormentammo subito, il fuoco acceso, al centro della buca.

All’alba il sole mi trafisse, obbligandomi a coprirmi anche gli occhi con la coperta. I ragazzi dormivano ancora, un sonno tranquillo, tutto sommato. Il rombo non era mai cessato, per tutta la notte. Credo che se si fosse interrotto ci saremmo svegliati di colpo. Mi scrollai la coperta di dosso. Senza volerlo rovesciai la polvere su quel che rimaneva della brace. Imprecando, mi allontanai di una decina di metri e andai a pisciare non lontano dai cavalli, dietro a un masso che la sera prima non avevo notato. Mi stavo ancora scrollando l’ultima goccia che quasi urlai dallo spavento. Non eravamo soli. Corsi a svegliare Liam e Patrick ma li trovai già in piedi.  Patrick era al centro della buca, si grattava la testa.

– Perché hai spento il fuoco, capo? Ora per riaccenderlo ci vorrà un bel po’ e io ho una dannata voglia di caffè e…

– Shhh… abbiamo visite. Seguitemi, non dite una parola – lo zittii, un dito di fronte al naso.

Tornammo al masso, ci acquattammo a terra. Erano almeno una cinquantina, ben visibili sul crinale di una collina al di là del fiume nero che scorreva in fondo alla valle. Alcuni a cavallo, la maggior parte a piedi. Non ci avevano visto, oppure avevano deciso che non era ancora giunto il momento di occuparsi di noi. Liam strisciò fino alla buca e tornò col suo piccolo cannocchiale.

– Sto attento ai riflessi, tranquilli – ci anticipò, coprendo lo strumento con una sciarpa.

Passandoci il cannocchiale li osservammo a turno, senza più parlare. Molti erano guerrieri, il viso dipinto di rosso, gli occhi bordati di nero. Nel gruppo c’erano però anche donne e bambini. Seduti in cerchio, sorridevano e scherzavano. Gli uomini al contrario erano serissimi, parlavano fra loro e indicavano quella corrente mugghiante. Col cannocchiale ci spingemmo alle due estremità di quel flusso ininterrotto di pelo, zoccoli, corna, musi, occhi, code. Per quanto potessimo allungare lo sguardo, non ne scorgevamo la fine.

Decidemmo di tornare alla buca. Non ce la sentimmo di riaccendere il fuoco. Bevemmo il caffè avanzato e Liam aprì un’altra latta di fagioli. Dato da mangiare e da bere ai cavalli scendemmo sull’altro lato della collina e ci mettemmo in marcia. Quella era zona loro, e per quanto ce ne fosse per tutti non ci avrebbero perdonato la più piccola intrusione. Risalimmo quel fiume nero per alcuni chilometri, finché non ci sentimmo al sicuro. Trovata una fonte d’acqua, allestimmo un nuovo campo e i ragazzi tirarono su un nuovo muretto a secco.

Ci preparammo alla caccia. Alla polvere ci eravamo abituati e anche il rombo, ormai, non lo sentivamo più.

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Marco Tosi